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Sussurri e grida n. 11 (11.11)

Il filo della poesia della Calandrone
intervista di Vanina Zaccaria

Percorrendo le tue ‘parole’ ho incontrato il bellissimo epilogo ad un articolo dedicato a Zanzotto e Campana, in cui affermavi che:  “i (rari) poeti continuerebbero a scrivere anche se nessuno li leggesse più, come gli alberi delle mele continuerebbero a fruttare, semplicemente così, lasciando cadere i propri frutti al suolo come immancabili offerte a nessuno.”  Il tuo progetto Cantiere Poesia sembra raccogliere queste preziose offerte e concima i quadrati di terra dei dimenticati, com’è nato in te questo progetto?

Comincio a risponderti sorridendoti grata per la qualità metaforica della tua scrittura, che sembra voler entrare in una sintonia mimetica con il “modo” analogico e visionario di chi ora ti risponde. Dunque mi avventuro con te in quest’aria domestica: puoi immaginare (e forse sapere) che chiunque scriva riceve in lettura una (in)discreta quantità di inediti. Ebbene, tra le innumerevoli opere ricevute negli anni avevo catalogato in un cassetto speciale della memoria una diecina di raccolte che mi doleva francamente non fossero pubblicate perché le ritenevo bellissime o “nuove”. Un paio di anni fa ne parlavo a Crocetti (mio più che editore: “scopritore” e dunque benefattore) e lui mi diede immediatamente carta bianca per un servizio antologico da pubblicare nella rivista “Poesia”, che spesso offre panorami della poesia contemporanea di ogni parte del mondo. Stavolta si sarebbe puntato l’obiettivo sull’Italia nuovissima e sconosciuta. Ma, nel corso della medesima telefonata, Crocetti stesso ritenne interessante dare più spazio a ciascun autore e mi chiese se avessi voglia di infilarmi nel vespaio di una rubrica da far partire quasi immediatamente, nel successivo gennaio 2010 – cosa che, mi preannunciava affettuosamente lui, in questo paese di santi e navigatori avrebbe significato la ricezione di una valanga di dattiloscritti! Accettai con incauta gioia. Ovvio che il primo titolo che lampeggia in mente per nominare imprese del genere (a parte “Come farsi odiare dalla maggior parte degli aspiranti immortali della tua terra”) è “Officina”, ma, coscienti che altri ben più grandi di me – Pasolini, Leonetti e Roversi! – avevano già speso quel conio, ci mettemmo in cerca di sinonimi accettabili. Io proposi un’allusione ironica come “Fabbrica Nobel” ma Crocetti, che conosce assai meglio di me la suscettibilità dei poeti, dispose: “Cantiere Poesia”. E così fu. Nella presentazione del progetto tenemmo ad affermare la gratitudine nei confronti di chi lavora in modo inapparente per fare sì che il corpo sociale sia sorretto da questa rete di senso, che lascia anche chi non legge poesia misteriosamente più acceso dal fuoco materiale di questo amore, sensato e muto.

Continuando sulla strada delle tue parole, leggiamo nell’introduzione critica alla poetessa Moira Egan sul mensile internazionale ‘Poesia’: “Anche così ci si consola, consolando altri che ci sono venuti vicini per affinità attraversando mute lontananze temporali e percorrendo a piedi miglia di nebulosa tristezza”Nel tuo personale itinerario di poetessa la scrittura si risolve in ‘cosa pensata e detta’ o si rivela come mistero, gestazione di cose antiche, corrispondenze di cui solo successivamente è possibile rintracciarne la struttura segreta?

Quando mi accosto alla pagina non ho mai progetto. Niente precede il suono delle parole, nemmeno adesso che rispondo alle tue domande. Recentemente sono rimasta colpita dalle riflessioni dello psicoanalista Wilfred Bion, il quale descriveva gli scrittori come creature abitate da universi “protoverbali” esondanti, insistenti e comunque indescrivibili, nonostante tutta la perizia che può acquisire nell’utilizzo del mezzo verbale uno – per dire – come: Tolstoj. Perché la parola rimane comunque un medium, giammai la presa diretta su quella luce bianca e impossibile. È per questo che i grandi sono condannati a una insoddisfazione permanente intorno alla propria opera. Ma è bene trascrivere Tolstoj in persona: In tutto, in quasi tutto ciò che ho scritto mi ha guidato il bisogno di riunire dei pensieri che si concatenavano tra loro per esprimere me stesso; ma ciascuno di quei pensieri, se lo si prende di per sé e lo si esprime in parole, perde il proprio senso e si degrada in un modo terribile; se appunto lo si sottrae a quel concatenarsi con gli altri pensieri. E anche quel concatenarsi, dal canto suo, non è qualcosa che appartenga propriamente all’ambito del pensiero (almeno credo), ma a un ambito diverso, non so quale, ed esprimere immediatamente in parole il fondamento di questo concatenarsi è del tutto impossibile; esprimerlo si può solo in modo mediato: usando le parole per descrivere scene, immagini, situazioni. Tengo a ripetere queste parole non mie perché aiutano autorevolmente chi desidera scrivere (e che probabilmente costituisce la maggior parte dei lettori di questa nostra intervista) a non essere impaziente e a non sentirsi particolarmente disgraziato quando quello che ha scritto gli sembra solo una lontana eco della commovente bellezza che lo va agitando dalla nascita. Ricordiamo le parole che Pasolini mise in bocca alla marionetta-Totò, gettata con Ninetto Davoli al fondo di una discarica, dalla quale però gli fu dato finalmente di osservare Le nuvole: “Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato!”

Julio Cortazàr, poeta e scrittore argentino umorista e melanconico, racconta del suo ‘sentimento di non esserci del tutto’ e descrive il poeta come un estraniato che scrive per ‘dislocazione’, quasi minacciato da questa lateralità, da questo essere sempre un po’ più a sinistra o più sul fondo rispetto al posto in cui si dovrebbe essere. Il poeta può essere, dunque, quel reduce di mondi che ‘torna a singhiozzi presso di noi’, come tu stessa mirabilmente scrivi, e che li traduce col suo mezzo povero o come le definisce Quasimodo ‘dono tremendo’, che sono le parole?

Stiamo benignamente proseguendo sul tema nonostante le tue domande siano state tutte scritte prima delle mie risposte: le parole sono tanto più un dono quanto più aderiscono a quel mondo (onirico, inconscio, platonico, parallelo, umbratile, abbacinante, alieno) del quale ci hanno parlato proprio adesso Bion e Tolstoj e che ho il sospetto ci riguardi tutti, scrittori e non. Il poeta seleziona gli oggetti del mondo da nominare per ricostituire l’universo che arde nel suo interno e probabilmente nella memoria collettiva del genere umano. Il mondo che viene riportato nelle pagine ha subito un leggero slittamento, smotta di lato. Verso dove. Ma le parole sono tremende perché sono ossessive: si svegliano di notte come neonati che hanno fame. E, come ogni ossessione sono, sì, dislocanti per l’ossesso. Perché è raro che egli veda il mondo “in diretta” (quelli sono momenti di grazia nei quali si abita la terra stando senza pensieri come bambini o addirittura sassi): c’è tra i poeti e le cose questo filtro parlante quasi corporeo, questa spontanea traduzione verbale della realtà. Ma, quando nelle parole di un altro riconosciamo quello che noi stessi non riusciamo a dire, allora tutta la nostra lateralità, la nostra solitudine è illuminata. Addirittura all’indietro. Per lunghi anni si rimane esposti a questo desiderio di condivisione. Spesso, per la potenza del desiderio, perché l’anima giovane si annoia un poco a stare sempre sola, ci si accompagna a interlocutori provvisori o si parla coi morti, come abbiamo fatto noi ora con Tolstoj. Ma ci sono fratelli e sorelle vivi e parlanti: basta imparare un poco di fiducia nel sopportare le piccole intemperie.

Nei momenti storici maggiormente critici l’uomo ha sempre nutrito un immenso bisogno di versi, la poesia è diventata così impegno civile, testimonianza urgente, talvolta occasione di sopravvivenza. Dall’Italia dei poeti di guerra, alla Grecia dei colonnelli fino alla Russia dell’assedio di Leningrado che ha visto poeti, musicisti e intellettuali scrivere, comporre e leggere per il popolo stremato, senza case e  letti o cibo, senza acqua e gas, eppure si correva sotto le bombe per salvare le biblioteche dalle fiamme. Può la poesia farsi voce collettiva restituendo all’uomo un’identità umana, nozione che supera e contiene quella di identità culturale?

Non avrebbe alcun senso per me scrivere se non credessi parola per parola a quello che tu dici. Imbottendo la parola “umana” (che tu riferisci a “identità”) con questa specie di metafisica laica che abbiamo appena detto e che Bonnefoy colloca nelle regioni del sogno e dell’inconscio. Sono personalmente convinta che il gesto stesso di fare poesia, questa assurda, anacronistica resistenza a compiere un’azione pochissimo riconosciuta dalla società evidente e completamente fuori dal mercato, sia un’azione politica illuminante per tutti i tempi di crisi, perché i poeti – benedette creature! – hanno lo sguardo rivolto all’eterno e dunque, come santi senza paradiso né gloria, ci aiutano a sopportare anche l’indigenza, anche la palta di orrore, bucce di patate e fango dei campi di concentramento. Sappiamo che ad Auschwitz veniva letto Dante. Perché Dante si era spinto così oltre se stesso da aver compreso il male che è negli uomini. I nazisti erano uomini, non erano “disumani”. Affermare che fossero disumani è una forma consolatoria e non etica di autodifesa. Il loro male appartiene a tutti noi. Basta lasciar cadere dal proprio cuore la compassione, il riconoscimento dell’altro come essere uguale. Basta deresponsabilizzarsi. Solo un poeta della grandezza di Dante può prevedere nel suo Inferno che malignità e che vigliaccheria abiteranno quei corpi militari e i corpi individuali delle SS.

Vorrei concludere prendendo in prestito il titolo del tuo libro vincitore del Premio Napoli 2011, “Sulla bocca di tutti”. La parola tornata vibrante e coraggiosa sulla bocca di tutti potrebbe essere ‘fiducia’? Fiducia nell’altro errante come noi per il mondo e fiducia, attraversando ancora una volta le tue parole, nella forza esclusivamente umana di sopravvivere alla piena coscienza della fine restando come in volo, stando felici mentre siamo macchiati di morte, macchiati a morte, felici in una sospensione di fiato, accettando di essere non più durevoli di quel millesimo temporale tra lo scatto della lingua del ramarro e l’ingoiamento della mosca-io in un nuovo gorgo intestinale di chimo e urina, nuovamente pari alle stelle.”

Grazie infinite intanto per l’attenzione con la quale mostri di avere attraversato le mie parole. Da questo ultimo stralcio sembra che io sostenga che per essere splendidi come stelle bisogna essere morti. In qualche modo lo ritengo vero. Parlo ovviamente dello splendore che è nel cuore degli uomini liberi. Liberi dal bisogno, non dal desiderio. Posso dirti che a mio parere soltanto chi sia già morto in vita, ovvero chi abbia abbassato per quanto possibile il volume dell’io e dei suoi bisogni di circostanza, possa essere libero. E così felice. Semplicemente stare, come una stella. Mi torna in mente la bellissima Elegia orientale di Sokurov, cortometraggio dove si suppone (si mostra, chissà) che i morti non hanno alcuna intenzione di tornare. E che non hanno bisogno nemmeno della nostra memoria perché non hanno più bisogno di esistere e dunque sono liberi, alti, leggeri e privi di interesse. Forse verranno ancora come alberi dai frutti rossi, dice Sokurov – torneranno nella zona che io, ancora troppo arrogante e “viva”, paragono alle stelle. Ma infine – e soprattutto – tutto deve tornare alla parola fiducia che, come dici benissimo, è una parola di coraggio: è la parola della comunità contro l’isolamento, la parola della politica umana contro quella dei luoghi della gestione astratta del capitale che si è sovrapposto alle nostre esistenze lasciandoci in una solitudine sociale dalla quale è più che mai indispensabile continuare cantare una parola comune, collettiva, dritta in piedi di fronte alla paura.

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