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carcere minorile Casal del Marmo (CorSera.it, 23.7.14)

“PENSAVO A TE CON IL MONDO IN MANO”POESIA (E RAP) IN UN CARCERE MINORILE

leggi in “Corriere della Sera” del 23 luglio 2014

La prima cosa che vedo, nella feritoia della pesante porta gialla, sono gli occhi, liquidi e neri come due bolle lucide di petrolio nel viso largo. E un’acconciatura alta, da regina rasta. Entro nel piccolo ingresso. Un’altra ragazzina, col ciuffo biondo a schiaffo, che sembra un fanciulletto duro, da vicolo, chiede fra i denti alla custode, dopo avermi squadrata: “E questa chi sarebbe?” “Una scrittrice”, risponde la custode “Sticazzi”, fa lei. Sorrido divertita.

Entro nella stanza in fondo al corridoio. Tiriamo giù le sedie e le mettiamo in cerchio intorno a un grande tavolo. Altre ragazze arrivano alla spicciolata. Due siedono vicine vicine, altre due si provocano, si spingono continuamente e si schiaffeggiano la nuca ridendo. C’è un nucleo ben affiatato, con un codice noto e una complicità energica, brusca e radiosa. Alcune hanno le cuffiette dell’iPod affondate nei condotti uditivi e ondeggiano la testa a un ritmo che sanno solo loro.

Una volta sedute, siamo una quindicina. Facce di pane crudo e facce bruciate, dagli zigomi ampi. Facce che, viste in metro, mi spingerebbero a controllare se portafogli e cellulare siano ancora miei. E il magico lasciapassare della poesia fa sì che noi parliamo, faccia a faccia. Occorre tempo per parlarci da creatura a creatura. Anche loro diffidano di me. Sono qui perché sono costrette, non fanno affidamento su un diversivo detto poesia. Mi studiano e a me sembra di vedermi come mi vedono quegli occhi che la sanno lunga: una signora in jeans e maglietta, ancora abbastanza in forza per picchiarle con lo zainetto. Non ancora una vittima. Occhi ironici, da sfacciata presa per i fondelli. Non smetto di sorridere. Questo contatto improbabile mi dà una leggera euforia.

Una neonata passa di braccia in braccia o fila a quattro zampe sotto il tavolo, prendendo sonore testate su ogni possibile superficie. E loro ridono, la bella madre ride. E io, dentro di me, rido di me.

Proprio accanto, mi siede una bambina, sottile come un furetto, piegata in due sulla sedia dura, con una banda di lucidi capelli neri che le copre la faccia. Non parla italiano, non capisce una parola di quel che diciamo. Mi guarda da sotto in su tra i capelli e la risposta istintiva del corpo (mio, femminile) è vieni qua che ti abbraccio. Resto immobile.

Cominciamo dai nomi, che sono nomi bellissimi. Secondo giro: da dove veniamo. Piccoli pezzi di vita, squarci di luce fra le reticenze.

Terzo giro, andiamo al sodo: distribuiti i testi, si legge. Pochissime di loro sono scolarizzate, alcune non sanno leggere e scrivere. Leggo io, ad alta voce: il Notturno di Alcmane. Perché è da lì che ho cominciato io, alla loro età, a voler abitare in quel mondo formato di musica formata di parole. Il Notturno è una poesia liminare, poco insidiosa, dalla doppia faccia: permette di parlare di sentimenti, ma anche solo della visione di una terra notturna, con i monti, le valli, le serpi, le api e i cupi mostri marini addormentati. Filo a piombo gettato nella loro possibilità di venire in contatto con l’altro mondo: quello di dentro, quello che nei poeti è radiazione di tutta la realtà.

Come faccio sempre, chiedo loro il regalo del coro: “chi sa leggere mi fa suonare questa poesia?” questa musica che, se pure in traduzione, viene da tanto lontano. Ecco tutto quel tempo contratto in un punto visibile dalle parole. Ecco l’insieme umano. La valle greca viene riformata, parola per parola, dalla voce umana.

Ora che abbiamo visto, possiamo cominciare a dire in prima persona. Chi sono i mostri. Quelli del mare. E il poeta come fa a vederli? Li immagina. E allora dove abitano i mostri? Nella sua fantasia. E voi, li immaginate? Qualche volta. E come sono? È ora di merenda. Allentano la presa.

La ragazza è alta e grande. Tira su il mento, si fa di un’altra spanna più alta di me: “Che, vòi un pezzo de pizza?” “Eccertochessì”, le rispondo. Naturalmente spezza co le mano. Il pane è stato offerto ed è stato ricevuto. È come fossi entrata in quel momento. Fine dei convenevoli. Ecco la timidezza, la rabbia, i tremori, l’ironia. Ecco che chi taceva adesso parla.

Ecco che le mani delle cinque ragazze che sanno scrivere lavorano febbrili sui fogli che ho portato. Scrivono i loro testi. Tutte poesie d’amore. Alcuni versi sono vera voce. Tutte hanno cominciato a scrivere qui. È una conferma: la poesia è un richiamo, una dedica, un ponte di parole gettato sopra ogni distanza. Per far zampillare il sangue bianco della poesia servono la distanza e l’abbandono. Altrimenti, si sta nel sangue caldo della vita, buono o cattivo che sia.

È il momento, circola calore. Saggiamo la distanza della morte, osiamo affondare nella separazione massima e irreversibile: quando leggiamo L’uscita mattutina di Caproni, quella mamma, leggera come un soffio, che attraversa l’alba lasciando un luminoso suono di tacchi, passa davanti a noi, da un angolo a destra del soffitto scende le scale fino al nostro tavolo. Vedete? – dico – come Annina è fatta di parole e perciò è immortale. Il maschietto dei vicoli si tortura le cosce con le mani e trema. Dice “Non mi piace”. Dico “Perché?”. Dice “Non vedo niente”. Allora scrivi, così vediamo noi quello che scrivi tu. Lei comincia così: “Pensavo a te con il mondo in mano”. E io, che posso dire? Prendo il foglio, chiedo se posso e cominciamo a leggere a voce alta i lavori di tutte. Sono contente, sono emozionate. Sono contenta, sono emozionata. In realtà, loro sono stupite. In realtà, io sono grata.

Dopo una resistenza sempre meno vistosa anche la ragazza che mi ha offerto la pizza si decide a cantare il suo rap. Davanti alle compagne, per la prima volta. Parla di loro, canta a nome di tutte, racconta della loro condizione in carcere, della durezza alla quale sono costrette per non lasciare spazio a ulteriori ferite. Ci tengo a dirglielo: questa è la tua funzione, dire per tutte. E tutte si riconoscono in quel che ha scritto M. Il suo iPod, mi dice, trasmette di continuo Marrakesh. È il suo modello e il suo maestro.

A questo punto, è giusto, mi chiedono di leggere qualcosa di mio. Non ce l’ho. Scrivo qualche verso che mi ricordo. “Beh, sei anche un po’ brava”, fa la regina e aggiunge “e anche un po’ simpatica”. Sì. Tanto etimologicamente simpatica che la ragazzina con gli occhi azzurri viene a sedersi accanto a me e si offre di trascrivermi il rap fuori circuito, che gira solo fra i cattivi ragazzi di Borgata Finocchio. Le brillano gli occhi, non vede l’ora. Prometto che non lo diffonderò. Ma sono certa che andrò in borgata. A vedere da dove vengono queste bambine.

Sono piccole. Sono ragazzine. Alcune sono sposate. Si vede bene com’è presto fragile la loro armatura. Tutte, come tutti, subiscono la pressione della cultura. E, come tutti, la subiscono prima di poter decidere per sé, prima di poter conoscere e dunque scegliere. Ma, più di altri, non sono spinte a conoscere altro che il loro mondo.

Il danno vero che subiscono queste ragazzine è credere di saper fare solo la cosa illegale che è stato loro insegnato a fare: ciascuna si identifica con la specializzazione (borseggio, spaccio, furto in appartamento) per la quale è stata istruita. Ma è un costume ancora pieno di scuciture. Lo dice il loro stupore sincero quando affermo che quanto scrivono è degno di essere letto. E allora chiedono se sia possibile aiutarle a sviluppare questi loro talenti. Lo chiedono con una grazia infantile, senza rabbia. Prometto di tornare. Purtroppo e per fortuna non troverò le stesse persone: questa non è una classe, molte escono e entrano di continuo dal minorile. Se sono qui, mi hanno spiegato, è perché hanno fallito i programmi di rieducazione più morbidi. Eppure. Sulla porta, ricevo due confidenze dilanianti, qualche sguardo che dopo non dimentico, un abbraccio.

Per il momento, metto semplicemente sotto gli occhi di chi vorrà leggere qualche estratto dei testi delle ragazze. Anche qui risiede la loro possibilità di fidarsi di sé, di autorizzare se stesse a sentimenti non convenzionali e ai quali non sono state allenate per tutta la loro, per fortuna ancora breve, vita di apprendiste. Anche qui risiede la parte di loro più radicale, la gioia elementare alla quale hanno, ovviamente, diritto:

“pensavo a te con il mondo in mano” (F)

“noi qua dentro soffriamo ma non lo mostriamo perché qua dentro devi dimostrare che sei forte perché se ti metti a piangere tutti ti dicono fra’ ma frigni come una femmina dai fra’ forza ché la galera è solo de passaggio” (rap di M)

“basterebbe aprirti per trovare un tesoro” (R)

“se vedi una lacrima lucente vuol dire che mi ami veramente” (S)

“[…] sei l’uomo che amo. Se non mi credi prendi un pugnale e feriscimi al cuore e vedrai solo un nome, il tuo” (V)

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