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Guàtteri Mariangela (3.12)

MARIANGELA GUÀTTERI, Due dimensioni
a cura di Maria Grazia Calandrone
su Poesia n. 269 – marzo 2012
 
Sono molti i volumi recentissimi nei quali i poeti hanno sentito la necessità di riferirci della loro immersione nel mondo-a-parte degli ospedali. In verità, tranne l’osservatorio allegorico di Marco Giovenale de La casa esposta, le diremmo poetesse: da Patrizia Valduga, quando nella Corsia degli incurabili rovescia indietro capo e parole per invocare un perdono che solidifichi in una sola lacrima finale la lava di un vulcanico spargimento di invettive – allo splendido santuario pietroburghese delle Residenze invernali di Antonella Anedda, alla efferata disamina degli squilibri del potere – colato dalle dita di Gilda Policastro nell’alambicco alchemico del chiuso affinché reagisca con un farmaco che perturba tanto quanto cura. Nessuna di queste autrici ha però lo sguardo chirurgico di Mariangela Guatteri. La prima è violenta e ferina, l’altra resta seduta a un capezzale vasto come una nave invocando una dignità estrema sui compagni morenti, l’ultima affonda nella materia plumbea dell’amore sottoposto alla prova cruda della gerarchia. Piuttosto, sentiamo Guatteri limitrofa allo sguardo cristallino di Giovenale. La sua è una chirurgia delle superfici, della vista visibile e netta, è mossa da una passione dell’intelligenza, se intelligenza è vedere quanto è fuori di noi, accorgersi di un altro. Dunque nel fatto stesso di “vedere tutto” sta la compassione. Quella di Guatteri è la simulazione di un elenco melancholico di io – o eteronimi piuttosto malconci. I volti dei suoi protagonisti appaiono – da una abbagliante cecità contemporanea e circostante – specchiati sulla lama di un bisturi. Questo perché, con Giovenale, Guatteri non adopera la sofferenza per fare poesia, ma ne installa sulla scena della pagina una esposizione allegorica statica, sospesa nel moto immoto delle opere di Duchamp. Ostensioni di cose comuni le quali, poi che vengono poste “fuori luogo”, fuori dal luogo fluido della vita vera, sono esposte a contatto diretto con l’immaginario. In tema di “poesia del dolore”, torna sempre alla mente il monito morale dell’amica troppo presto scomparsa Paola Febbraro, che mise nella sua onestissima poesia una affermazione come “non ho mai augurato disgrazie a nessuno per poterscriverci su delle robe”. Anche Guatteri ha infatti pudore e carità, fa dell’ospedale un museo, per dirne bene la distanza apparente, dove vengono “esposte” le paure – il seppellimento da vivi, il contagio del corpo di terra – le pulsioni e gli effetti dei “farmaci” – appunto – nei circuiti venosi e reattivi. Museo sì, l’ospedale, ma anche grande corpo labirintico, dirotto e bianco: colonizzato e pervaso, agitato da installazioni interne che, sebbene in stallo, compiono i moti circolari, palindromi e ossessi delle guerre di trincea. Linee, scavi, cave di terra pieni di uomini spesso emaciati. I malati non sono dignitosi e umbratili come quelli di Anedda, sono una desolata carne che si spegne e dimena, sono carne priva, corpi in battaglia che denutriscono sotto deangelisiane cartine mute (nella Cartina muta di Milo De Angelis la coppia entra in una farmacia alla periferia di Milano dopo che il tempo è tutto passato, dopo che è ormai accaduto ogni rimpianto). Questo è quello che la poetessa vede nell’avanzare e retrocedere e avanzare ancora dei degenti lungo i corridoi, un circolare appunto circolare, una deambulazione fredda, fissata nella costante della paura, fino alla marcia indietro verso un punto di fuga che è l’ingresso: nell’ambulatorio, nella corsia e nella sua straniante dimensione escheriana. L’ospedale è così: corpo-museo-di-corpi, corpo-cava-di-terra-con-soldati, corpo-entomologo e insieme corpo-insetto – e fatto in particelle, stringhe, numeri e tranci – ma soprattutto e comunque e ovunque: mortale. Così comincia Guatteri: a che giova la lotta contro il male, a che giova la cura, se comunque…. Eppure qui non si manifesta lacrimazione alcuna, bensì un fortissimo senso del destino: i testimoni – tutti sembrano essere testimoni di se stessi – sono anche incarnazioni di un abbandono ontologico. Questo luogo è un disperso frammento di pianeta, che obliquamente ci riassume tutti, riassume la somma teorica delle nostre ombre quando il sole va giù e le fa lunghissime.

Desideriamo aggiungere, a conclusione, che abbiamo voluto menzionare due artisti visivi come Escher e Duchamp perché riteniamo che tutte le parole di Mariangela Guatteri siano guidate dal senso superiore della vista. Lo sono per i temi, certamente, ma anche per la forma con la quale vengono deposte sul foglio (qui come stringhe o strette scatole rettangolari – oppure ombre di ombre, animule, lo vediamo) e infine perché, fin dagli esordi, Guatteri muove la propria opera in una zona liminare tra la poesia e video nei quali le parole sono tutte staccate e mescolate ad altrettanti oggetti freddi – luci al neon, ingranaggi, giunture robotiche in movimento e voci artificiali (mentre le fotografie di Giovenale sono archeologia di uno sfacelo ancora umano). Nei video di Guatteri non c’è quasi più carne e non c’è sangue, siamo in una sorta di Tetsuo (l’uomo-macchina del regista giapponese Shinya Tsukamoto) raggelato dall’essere incruento. Fermissima la tenuta della ragione. Fermissima la mano e la parola, linea così sottile da diventare chimica. Ma pur sempre di chimica organica stiamo parlando, pur sempre di una terza dimensione di verticalità, tanto più viva perché più rimossa, tanto più cocente perché apparentemente rinunciata. Fin che si scrive non esiste scomparsa veramente avvenuta: nonostante i segni meno, le sottrazioni, le denutrizioni e tutta la raggiera dei mancamenti. 

 

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