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Prifti Jonida, Ajenk (transeuropa, 2011)

prefazione per Jonida Prifti, Ajenk
Transeuropa, 2011
 

 
TRACCE DI SANGUE DELL’ANIMALE DETTO
 
Le tracce della voce di Jonida sono davvero “tracce”, nel senso primitivo e primario di impronte, orme. Di un animale venuto da un altro luogo: geografico, culturale e spirituale. Diremmo sciamanico, spiritico, un luogo che non teme il sangue, né la compromissione della voce con il suo sangue. La voce di Jonida è infatti corporale, la immaginiamo come una stella filante di sangue che le esce di bocca. Stella filante perché attiene comunque a una leggerezza e perché è diretta verso l’alto – e l’altrove. 
Il cd audio comincia con la dolcezza della ninna nanna e si sviluppa in una cattiveria senza colpa e che non teme l’errore, nessuna delle sporcature e delle sgranature, né la saturazione e l’imperfezione dell’urlo gettato in faccia come un acido e della voce in effetti (acustici, riverberi) di shtriga. Il soprannome eraellera, del resto, facile e allegro come il verso di una filastrocca, prende in realtà da una discoteca abbandonata al cupo stridore del vento. Jonida Prifti non è mai assennata e contenibile, nella sua persona c’è una forza arcaica e ancestrale, data dall’avere a che fare con le cose, quali la distorsione del proprio suono, quali la lotta con l’interferenza, sulle “tracce” del francese Henri Chopin, tra i primi ad applicare il noise alla poesia. 
In effetti (sempre acustici!) le tracce a volte sembrano quelle polifoniche e gravi dei defunti rimaste incise sui magnetofoni durante una veglia, sembra che Jonida abbia ingaggiato una lotta con il caos delle anime intorno per costringerle nell’imbuto di una simultanea manifestazione sonora. Alla fine dell’ascolto viene da chiedersi: che rimbombo è nascosto nella nostra voce? Questa aerea emissione del corpo nostro quanto sangue, quanti altri mondi tiene, quanti altri corpi? 
Ma anche nella scrittura Jonida applica all’italiano il noise del parlato e soprattutto, rossellianamente, quello della sua lingua madre. Si dice madre non a caso, perché la lingua della nostra infanzia trattiene sempre un’eco di filastrocca, di paura e dolcezza infantile. L’albanese è una specie di gemello parassita dell’italiano di Jonida, ne succhia ancora qualche filo di sangue, ne devia impercettibilmente la colonna portante. Così la prosa, che dilata il respiro della poesia e dove, libera dal martellamento del ritmo che le rompe continuamente il fiato, Jonida sembra offrire paradossalmente il suo orecchio alla gioia più profonda della lirica. Così le illustrazioni di Massimiliano Amati (in arte Re delle Aringhe), che introducono e interrompono insieme il fluire del testo: sono anche queste immagini belle e violente, esatte ma con graffi e colature che chiamano a qualcosa oltre la pagina. 
Jonida, insomma: mescola, interrompe, scarta all’improvviso come una cavalcatura imbizzarrita mentre ci porta. Veniamo sabotati e trasmessi di peso in una mischia di persone e di arti: arti fisici di corpi e arti come espressione oggettiva della figura umana, unica tra le specie animali a concepire inutili attività decorative. Sembra quasi che l’animale sciamanico Jonida voglia rendere utile la poesia e sconfiggerne l’implicita solitudine: Jonida Prifti è un gruppo di lavoro; con questa autrice abbiamo sempre l’impressione di mettere gli occhi in un laboratorio onestissimo, nel tentativo di armonizzare le persone diverse in ognuno di noi: la bambina, l’alter ego assassino, l’umano che si scompone e ricompone sotto i nostri occhi secondo formule medianiche, un vivissimo tendersi di fibre verso la nostalgia dell’inorganico. Tutti quelli che chiama con sé sono come zone sue di conflitto. L’armonia è nel disastro. Lo dice lei: tumulto che rimanda ad uno stato d’origine. E cosa c’è all’origine, Jonida, sai dirlo? Dio? le ciglia ardenti di sua madre? il martirio di essere caduti nella carne? o un nulla diverso da questa splendida solitudine umana? 
Prima di tutto hai messo il sacrificio dell’agnello, un sangue che nemmeno risarcisce e che non discolpa, dolore che semplicemente è – e che non è dolore né ostensione, ma il piacere dello spirito già estinto, l’umiltà ormai invincibile della carne morta senza la giustificazione del martirio, ovvero il massimo dell’onestà, l’assenza elementare della rappresentazione di sé, corpo giustificato dal suo essere corpo. Ma con la voce tieni quel carnevale di defunti che sta sotto le pietre, tra gli stecchi, il vortice invisibile che ha lasciato l’agnello appeso al gancio. 
In questa contraddizione sta la forza del lavoro di Jonida Prifti: nella nostalgia di un mondo dove le cose furono unite, in questa nostalgia che ci è comune e che, semplicemente, motiva tutta la poesia… 
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