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Lingiardi Vittorio, Alterazioni del ritmo (Alias, 18.10.15)

Ciò che uno fa della propria solitudine

Vittorio Lingiardi, “Alterazioni del ritmo” (nottetempo, 2015)

Poi arriva un giorno che l’amato chiama cane quello che fino a quel momento, insieme, avevamo chiamato tavolo – ed è l’inizio delle “cose disumane”. Vittorio Lingiardi non poteva dirlo meglio, non poteva esprimere meglio lo straniamento di chi resta, quando l’Altro si chiama fuori dall’amore condiviso, cambiando il nome stesso delle cose, a volte il nome stesso dell’amore, che non era che questo: “se mi amo ti amo / senza farmi più male”. Perché gli amori cominciano amando noi attraverso l’altro, continuano quando amiamo l’altro attraverso di noi, se grazie a lui abbiamo imparato ad amarci – e finiscono, se finiscono, quando smette la reciprocità intima e dolce di questa cura. Qui addirittura per un tradimento, chiamato col suo nome. Perché la precisione delle parole è decisiva, nell’amore come nel disamore. Dare alle cose proprio il nome che hanno, il nome proprio. Anche la malattia, anche l’alterazione del ritmo cardiaco: è il solo organo mai trascurato, che si ammala. Il corpo, “bestiola / che piange e mi consola”, si ribella ammalandosi – e un giorno se ne andrà, sgancerà dalla “montagna animale” quei suoi 21 grammi d’anima, come “una grazia infantile” che esala da se stessa. Come ha fatto lei, ancora, anche in questo libro, come ha fatto la madre. Rieccole, le mani della madre, le mani fragili e bianche della madre morente che anche Pippo Del Bono, nel suo coraggiosissimo Orchidee accarezza, mostrandoci anch’egli, senza la falsa ossessione contemporanea del privato, quel tenerissimo, lungo, dignitoso addio a “pochi grammi di madre sfinita”. Le mani della madre che, quando è stato nostro il tempo d’essere indifesi e fragili, ci trattenevano dal precipitare nell’indifferenziato, nell’abbandono nel quale ogni vita è gettata nascendo – come scrive meravigliosamente Massimo Recalcati –, ora sono le mani che noi teniamo e accarezziamo, lì, all’orlo semplice e tremendo tra la vita e la morte “che della vita è la vita più forte”.

Quando il dolore si fa più feroce, Lingiardi attacca un ritmo regolare, leggero, da canzonetta: l’anima sanguina e la bocca scandisce cantilene. Pensiamo a Sandro Penna e ai suoi marinaretti: bianchi, ardenti, ossessivi. Pensiamo a come batta il tempo e le rime Caproni, nel suo capolavoro Il seme del piangere, anch’esso sulla morte della madre: “canzonetta: che sembri scritta per gioco / e lo sei piangendo: e con fuoco”. Certo, questi orfani che fanno i poeti cantano lieve perché hanno il pudore di non appesantire, ma anche perché il suono infantile, da filastrocca e da ninnananna, ci fa sentire meno soli, davanti a una perdita tanto remota e cruciale: le mani della madre vengono sostituite dal battito leggero di chi resta, il ritmo viene mantenuto regolare dalla volontà di ricostituire il canto originario del battito del cuore, materno e proprio, nonostante le sue alterazioni e adulterazioni. Nonostante la solitudine. Ad apertura della penultima sezione, Lingiardi cita Whitehead: “Religione è ciò che uno fa della propria solitudine”. Religione della parola, anche, come Celan o Mandel’stam nei rispettivi precipizi umani di Shoah e gulag, religione del silenzio di una morte: minima per il mondo, massima per chi è sprofondato in essa, l’ha conosciuta tanto da trovare la voce per cantarla. Piano.

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