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Sulla scia dei piovaschi (Archinto, 2016)

Così verrai, completamente povero:
uno stornello
mandato a piena gola con le scarpe slacciate sul vivaio tranquillo delle strade.
 
L’anno lascia cadere dai solchi
fra dito e dito
frutti
e sottrazioni:
il tempo ci setaccia
dai campi
dalle case e dalle strade.
 
Nella terra laconica
è sepolto di traverso un eluso
possibile. Sopra
siedono i grandi animali
senza ali, prende coraggio uno snervato impianto di stecchi intorno al quale scodetta la lustra contrattura dei rettili
inanellati al rossovivo
dei lamponi, delle campagne
al crepuscolo e delle nostre ciglia di popolo spurio.
 
Se anche dal nostro impasto e dal nostro fiato
esistesse la possibilità di far nascere staremmo in piedi

uguali agli dèi, non come l’erba che addolcisce e piega sul suo respiro
zolle e miracoli
che non crediamo di compiere.
 
Il tuo corpo affiora dall’interno
come i sogni notturni e i ritratti
dei cavalieri dal buio
esultare della foresta, sfiora
l’altra faccia del corpo che cerca la terra
per deporti.
 
La falciatura della terra semplicemente comanda la morte e risponde
al canto degli uccelli
a una fonte,
a un belato.
Sarai sotto il morente mezzogiorno – con me e con tutta l’altra
contemplante voragine di pula.
 
Stiamo nella schermatura vegetante dei campi  col viso evaporato
da cortine di acqua. Ascoltiamo l’invocazione della terra bagnata.
Malva  silenziatrice  dei  passi,  il  brusìo delle opere su quei tratti
protési alla veglia che straluce.  Gli alberi  accanto alla  penombra
del giardino  passano di  ramo in ramo  la maretta del tempo per-
duto: la voce della natura 
è colmata dai succhi che il passaggio rettiliano dei corpi le ha pre-
muto dai  cardini arborei  nelle concluse  ere.  Ma  in un  vano  di acqua  corrente  sorprendiamo  il  suo  volto  scostare  da  sé una disperata tenerezza. La pietà
è al contatto – e finirà
che tutto il mondo parli all’indietro con la tua  voce
e la luce di ogni mattino spiccherà come un dogma dai tuoi occhi
iniziali. La frontiera

del tuo primo inverno ha  accumulato in essi la poligonazione dei 
cavi  lungo  la  chiacchiera  del  cielo  aperto  dai portoni  e  dalle 
apostrofi  in travertino  dei davanzali perché  anche  il  tuo corpo
vada a segno
dal telaio del grembo alla vista del cielo
che per impregnazione ricorda l’incominciare echeggiante delle tue ossa
di volatile eredità umana.
 
Sei dilazione
nel quieto ondulamento della trama terramarina
degli anni; il tuo corpo è sostanza termica tenuta in pugno – dal tempo
che si allontana lungo la natura
– dalla specie
separata da un dubbio di lucentezza (se 
siamo fatti di esistenza e pure abbiamo sogni trasparenti, di andare da Occidente verso l’amore
non sapendo che cosa ci congiunge):
l’infanzia è l’organo respiratorio della terra.
                                                                                 
14 gennaio 2001

                                                                           da La macchina responsabile

Azzurro ventre di Maria
 
Su per altari di granito e aria 
il sedimento dei sentieri
scosta lembi
di tessuto refrattario con cespugli
di sorbo e sanguinelle – orienta
i ciuffi delle isole nell’inzuppo del porto
privo di antimateria
dove rifulge
un cigolìo di pescherecci, il basso
cabotaggio dei gabbiani. Rissa ferma nell’aria
di vele e ali e colmi arrotolati. Cherosene
striscia nell’acqua come un ostaggio chimico.
 
Il mare è questa macchina esiliata che funziona col vento e s’inarca in fiumane di abbandono
sulla linea di distorsione sonora della costa. La tinta azzurra
che i volti assumono dal mare fa dei volti un’esequia tranquilla.

da Serie fossile

lettera immaginaria
 
                                       dov’ero carne essa era avorio
                                                     (Pier Paolo Pasolini)
 
alba
di tenera
carne, stretta
nell’esoscheletro della Legge
 
nel tragico
mese di novembre
piangeva tutto
 
tienimi forte, fuori
dal limite umano
 
tienimi come una madre
che abbraccia in sogno
 
22.12.13

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