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Petrollo Cetta, All’epoca che le fanciulle (l’immaginazione n. 299 5-6.17)

Il libro di Cetta Petrollo è un libro sul tempo – o meglio sulla relatività del tempo (e dello spazio).

Potremmo spingerci a dire che All’epoca che le fanciulle sia una sfida lanciata al tempo – e quindi all’appesantimento della vita – per mostrare alla nostra stessa vita che riusciamo ancora a vivere dentro uno slancio di fanciullaggine gioiosa.

Ma attenzione: mantenersi fanciulle è un lavoro, una quotidiana conquista.

Apparentemente le fanciulle di Cetta Petrollo vivono un mondo di fantasia, con tanto di maghi e molteplici lune – e di amore che porta nei non-luoghi; ma si tratta in realtà di mondo allegorico, fatto di simboli, si tratta di una popolazione di personaggi allegorici apertamente sostanziati di circostanza biografica – veri corpi esistiti, veri momenti vissuti, che rivivono in queste pagine come corpi distesi da percorrere con i nostri occhi, che intercettano anche i buchi nel pavimento sotto il quale pulsa la nostra anima, in osservazione protetta del mondo. Nascosta ma non troppo, come lo stile di Petrollo, che licenzia la propria scrittura in uno stato all’apparenza  semicosciente, automatico, onirico, privo del corpo di guardia della ragione, come un esperimento surrealista: ora il suo dire è concitato e febbrile, ora rallenta o addirittura si spezza fino al verso – formando un testo, dunque, dove forma e sostanza sono corpo unico, il corpo fatto di parole che si distingue da quello umano ordinario per leggerezza e grazia, come un “grazioso” anelito a uno straordinario quotidiano!, perché questo mondo di concitata rinascita è calato anche in scene di vita quotidianissima e lenta, con tanto di sfoglia da stendere per i cappelletti di Natale e compagno che torna sbuffando e scaraventando la spesa sul tavolo – e perché le sfacciate fanciulle osano pure muoversi in corsetto ottocentesco all’interno di un dipinto…

All’epoca che le fanciulle è strutturato come un elenco che a un tratto si ferma e ricomincia, è lineare e ciclico al tempo stesso, come i due concetti di tempo che intende esprimere: il tempo lineare, che influisce sui corpi – e il tempo ciclico, che è continuo ricominciamento. Il libro lancia dunque la sua sfida – anche esistenziale – al tempo lineare, intende sottoscrivere la priorità del tempo ciclico su quello lineare, intende affermare la possibilità di un ragionevole entusiasmo nonostante tutto. Nonostante i dolori, le passate avversità, la fatica degli anni, le rotture, le separazioni e le delusioni. Nonostante ciò, la scelta è amare come se nulla fosse mai accaduto. Importa sottolineare nuovamente che si tratta di scelta e non di cecità sul reale: nel libro vengono descritti momenti nei quali la fanciulla è sopraffatta, altri momenti di vero dolore, quando lei è divorata dall’interno. Ma punta i piedi e decide di risorgere. Qui viene dunque confessato quante volte moriamo in una stessa vita e viene confessata la ciclicità della nostra resurrezione. Qui si parla di vita che, interrotta, ricomincia, ogni volta rinnovata da una volontaria incoscienza, che è però il gesto di una forza profonda e straordinaria. Perché queste fanciulle, all’apparenza stralunate, in realtà tengono sotto controllo tutti gli accendimenti e spegnimenti delle lune, sanno benissimo come vadano i fatti dell’amore e del mondo. Ma rischiano.

Il coraggio è infatti denominatore comune alle quarantasette protagoniste. E si ha l’impressione nitidissima che le nostre fanciulle siano gli aspetti di una femmina sola, che esse siano conviventi in un’unica anima o, per lo meno, siano un’unica, sfaccettata fanciulla in vari stadi della propria metamorfosi e prima del corpo che, dalla leggerezza di corpo verbale, si è trasformato in corpo di carne e materia – e viceversa, anche qui a ciclo biologico e verbale in scambio continuo: quarantasette figure femminili dunque che, parafrasando Pirandello, sono una, nessuna e quarantasette.

Prendiamo dunque questo di Petrollo come un quaderno di esercizi per lo spirito che si voglia mantenere innocente, perché riaffidarsi al mondo con tanta fiducia è un atto di rinnovata innocenza, è lavorare su uno stato di grazia, per cavare da sé e dalla propria vita entusiasmo da effondere su questo pianeta appeso al nulla infinito.

Questo rovello nel bozzolo della materia fa venire anche in mente un passaggio del “povero scribacchino” Kazantzakis mentre osserva il magnifico Zorba danzare: “Guardavo Zorba ballare e comprendevo per la prima volta la ribellione dell’uomo per vincere il peso e la materia, la maledizione ancestrale”. Anche Cetta Petrollo scrive di questa ribellione: ribellione al tempo e al peso della materia disillusa e delusa, perché infine rinasca. Ma ogni giorno.

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