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“Poeti e Poesia” n. 40 (4.17)

da Lo stupore di cui eravamo fatti
dieci frammenti sull’evoluzione
 
1.
verbo
 
originariamente la parola
aiutò una delle diverse specie preumane a formare piccole società e a orientarsi nel mondo:
 
fu un gesto di compassione che agiva sulla biologia
fissando nella laringe di una specie due bianche pliche vocali
 
originariamente la parola
fu un gesto morale della biologia
 
nel punto dove la scimmia si è staccata dall’albero non c’è sangue
né dolore
ma l’impronta morale di una parola
 
2.
elevazione
 
vedo una prevalenza di grano e gioia
e un commosso desiderio di vivere
nella carne che pascola
tra grandi rettili
al fondo del cratere
o sta a galla sui posatoi del cielo
con veli di calcare
sulla pagina inferiore delle ali
 
certe figure carponi
assumono la posizione eretta per vedere il pericolo oltre l’erba alta
 
certe altre figure meno superbe
certi tranquilli animali bianchi
simili a capre, continuano a ruminare
e la natura li lavora dentro come il sangue terrestre lavora
le vene del marmo. mentre appaiono
distratti, essi comunicano attraverso il sangue
 
la loro obbedienza consiste
nell’appartenenza alla neve
che esalta il sapore del sangue
 
quelli che si alzano in piedi nella preistoria saranno
umani: snaturati e avulsi
essi sono la specie
conscia del tempo
che urge fuori dall’erba
 
vedo quanto somigliavamo alla terra. poi
alle capre. infine
eccoci storia, eccoci tempo
e crimine
 
3.
crimine
 
io vedo sollevarsi la mia specie e vedo sollevarsi
la scheggia d’osso
mentre una vibrazione diversa
dalla parola trema dentro la mano di quello
che la solleva
e la vibra: la prima idea di crimine
un nuovo bivio della specie
tra bene e male
 
staccati come figurine di fango
dal fondo secco della terra
                                            
                                              dopo,
nella storia, saremo
le uniche creature
affette da un disturbo
di specie: eliminare i simili
a causa di astrazioni,
contravvenire alla nostra origine
 
4.
amore
 
vedo il proseguire nella stazione eretta e vedo il flettersi di uno
sul corpo dell’altra come su un campo arato, su una messe biondissima
 
lui dissipa la sua anima tutta nuova e tutto
il suo piccolo ambiente spirituale su un corpo di sonnambula
 
lui s’inchina al cospetto
di una creatura bianca dove quella
è immensa
e piena
di illusione e di grazia
è fatta
di futuro
 
ma quello teme d’essere punito per avere goduto la nudità di una dea – bruciò
ma il cuore rimaneva intatto – freddo
come l’avvento
e la statua era immensa, finiva
 
dove l’aria conduceva
i suoni cardinali di uccelli anch’essi
dal cuore incombustibile
che volavano nitidi
e contrari all’azzurro
 
e ancora una volta – oltre
l’umana sopportazione
del dolore, ancora
una volta – amore – a questa
che ti viene consegnata da un dio selvaggio
che le divarica le vertebre, apre
la sua cassa toracica come un ventaglio, una rosa dei venti, già pronta
 
a fare un’altra carne con la sua carne
come un essere in volo ma decaduto nella forma chiusa
di un corpo (sì, lei era tutta inerme
dopo, scivolava
in un sonno artificiale
con corone di ghiaccio sulle ciglia)
 
6.
cittadinanza
 
vederti in questa inerme prospettiva, Roma, la lacca gialla
del sole sul marmo dei mausolei e tu aperta
come una sposa
sei una faccenda stregata
una insubordinazione
del passato
 
                    sulla piana dei fori,
dove l’opera dell’uomo scintilla
come scintillano le stelle sul mare
 
e i volumi di tutte le arcate depositano
la loro gloria seria, appena
sgretolata, sul manto nero della nera terra
 
il Tempo qui non è lineare, ha la grazia dell’ultimo volo
di un gabbiano sul mare capovolto
di Massenzio, con le cinghie
che ne tengono eretta la rovina
sul fondale di fuoco della terra
 
poi ci siamo assuefatti ai gabbiani, a questa contraddizione ricevuta
dal mare, a questa muta
foce
       
          sui celesti ricorsi
metropolitani e le lune chiare
della consolare
 
10.
scimmia lunare
 
la poesia non è che questo
rimbalzare del suono tra angoli bianchi
di crateri preistorici – un vuoto calcinato avvitato al fondo
dell’orecchio umano
come pelle con osso
 
il cantiere è la vita, l’oro della pazzia, tutta l’umana gioia
 
il poeta è la scimmia lunare. il suo corpo
non è mai solo: traslocato
dal favo fiottante
della parola nella cella vuota
della parola, il suo corpo
prende in sé
– fisicamente tra i suoi occhi divisi –
il centro della terra, metallo liquido
composto
dalla pena e dalla gioia
di tutti
 
egli sa solo trasformare in canto
il sangue della specie
 
sebbene il suo corpo sia una comune
entità chiusa, in trasparenza la sua massa risulta
sciolta all’interno per un fenomeno di combustione
mentre attinge
alla lingua comune
della specie, a quella lingua in allontanamento
come un arcobaleno lunare
che risorge dai luoghi dell’origine,
dove la lingua serve a stare insieme
per dire le cose, è solo
compassione
 
Roma, 22-24 novembre 2012

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