la "vita reale" non basta a nessuno (postpopuli, 31.8.15)

 Postpopuli
di Saverio Bafaro

Da pochi mesi è uscita la tua ultima silloge di poesie: Serie fossile (Crocetti, 2015). Ho scorso in essa un’atmosferica edenica e “preistorica”, a far da protagonista è un corpo ferino, primordiale. Si leggono, altresì, spunti di una riflessione psicologica, di una ricerca alchemica in cui, come in un percorso a ritroso, ci dai prova della grande somiglianza tra realtà organica e inorganica della vita che risiede del mondo, come in un continuo scambio…

È così. Tento di descrivere da molto tempo la coesistenza, la compresenza, l’unicità di tutto e di tutte le cose. È una certezza, uno stato interiore che non è facile dire senza il rischio di essere banali. Poiché è la sola cosa che m’interessa esprimere, corro il rischio.

Notavo, e forse questa è solo una curiosità di chi come me legge con la lente di ingrandimento, poco prima del titolo di ogni componimento una sorta di “simboletti apotropaici”, così come un’attenzione più generale ad una certa disposizione “grafica” dello scritto sulla pagina, cosa ci dici in merito?

A cose fatte credo di poter dire che quei simboletti (che ho adoperato con l’intendimento di riassumere in uno spunto anche grafico il contenuto del testo) siano l’anticipazione del mio riaccostarmi in prima persona alle arti visive. Qualche mese più tardi ho ripreso in mano album e matite, con vera e piena soddisfazione.

Con “lente d’ingrandimento” intendi dire che avrei dovuto usare un corpo più grande?

(rido) Mentre scorrevo nella lettura era come se visualizzassi te mentre leggevi i tuoi versi, sentivo molto forte l’eco di qualcosa di detto oralmente, di “performato...In altri termini: che rapporto intercorre per te tra poesie e teatro, o se preferisci tra scrittura e oralità e quanto influisce il tuo processo di creazione poetica?

Il mio accostarmi alla performazione e al teatro è accaduto dopo la scrittura e ha richiesto, e successivamente apportato, delle modifiche sostanziali alla poesia. La necessità di comprensione più immediata alla quale mi ha abituata il teatro, unitamente alla maternità (che insegna ai genitori a raccontare il mondo con parole semplici), hanno lentamente costruito un desiderio di comunicazione meno acrobatica, rispetto ai tempi iniziali della ricerca sul linguaggio. E poi, probabilmente, ho scoperto di avere cose da dire (sempre le stesse, ma le ho) e desidero vengano comprese.

Quanto alla sovrapposizione della mia voce alla tua lettura silenziosa, credo dipenda dal fatto che leggo come scrivo, con le identiche pause. O, forse, che scrivo e poi leggo come mi è necessario fare, assecondando un ritmo che potremmo, azzardando, definire stile.

L’anno scorso ha visto, invece, la luce Rosa dell’animale (Zona, 2014), un progetto “a quattro mani” con il poeta siriano Amarji in cui si snoda un dialogo amoroso molto speciale e intimo ‒ come una continua compensazione tra Femminile e Maschile. Come è nata questa collaborazione e come si è costruito il libro?

La collaborazione è nata su proposta di Amarji. Inizialmente ero scettica, perché temevo l’incompatibilità dell’incontro tra due poetiche dissimili come quelle di Oriente e Occidente. Ma, nello stesso tempo, ero incuriosita e pronta alla sfida. Credo che il cardine del libro sia il confronto tra questi due mondi immaginativi ed espressivi, più che tra quelli del maschile e del femminile, che pure hanno avuto modo di entrare in pieno contatto e argomentare. Paradossalmente, la mia scrittura occidentale risulta più “maschile”, più compatta e meno enfatica, rispetto a quella di Amarji. Mi ha divertita molto constatare le influenze reciproche, via via che il libro si andava costruendo, esattamente così come lo si legge: un botta-e-risposta durato poco più di sei mesi, che ha dato ariosità alla mia poesia e concretezza a quella del mio amico.

Mi capita spesso di interrogarmi sul potere salvifico della poesia, in termini fattuali, non solo come percorso conoscitivo, come attività che ci fortifica e preserva da atti estremi e drammatici, il pensiero può andare, tra i nostri poeti, a personalità come Cesare Pavese o Amelia Rosselli…Qual è la tua opinione in merito?

Credo che, nel senso che tu intendi, la poesia valga come gli altri talenti naturali o gli altri impegni concreti, che distolgono chi vi è propenso dal desiderio di voler morire.

Forse Rosselli non si è uccisa perché è stata abbandonata dalla poesia, ma è stata abbandonata dalla poesia perché non vedeva più il mondo come lo raccontava in poesia, per quanto elettrico, tutto slittato e in fiamme. Ovvero, come nel caso di Pavese, ha vinto la depressione, la malattia. La “vita reale”, da sola, non basta a nessuno. Figuriamoci se chi è incline all’utopia può contentarsi di camminare alla superficie o rasoterra.

Quale commento critico, nel corso della tua attività da artista impegnata nelle lettere e nella drammaturgia, ti ha più lusingata facendoti sentire particolarmente rappresentata?

Nel 2004 scrissi un poemetto ispirato alle storie che avevo letto in un sito dedicato alle vittime della strada. Erano racconti molto dolorosi, naturalmente, dediche e ricordi scritti dai parenti, da coloro che notoriamente sopravvivono soffrendo e sentendosi colpevoli. Una madre mi scrisse, arrabbiata, perché aveva letto la storia di suo figlio in una pubblicazione parziale sul IX Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007) e riteneva che io avessi compiuto una violazione e un abuso, benché le sue parole fossero appunto in rete e dunque pubbliche. Mi difesi rispondendo che la mia intenzione era ricordare, non usurpare – e che i miei toni, per quanto (per mia fortuna) io non avessi provato mai quello che lei provava, erano di profondo e sicuro rispetto. Io volevo onorare. Poco dopo uscì il libro nel quale la storia era contenuta (La macchina responsabile, Crocetti 2007). Quella donna mi scrisse di aver compreso. Anzi, mi ringraziò, perché riteneva che così la memoria del figlio avrebbe avuto una possibilità di rimanere viva più a lungo della nostra vita. Nessun commento critico mi ha fatta stare male e bene così.

Se dovessi immaginare di incontrare un bambino curioso che ti dovesse chiedere in cosa consista la poesia e la sua pratica quotidiana, cosa gli risponderesti? 

Quello che ho risposto nel tempo ai miei figli: sono una persona spinta da un mistero a fare cose per lo più superflue. Io materializzo in parole più o meno musicali il bisogno che altri sviluppano nella fede o in qualsiasi altra forma di dedizione e fantasia.

Lo ripeto, la “realtà” non contenta nessuno. Chi è incline alle arti si rende conto, forse più spesso degli altri, di questa trappola, dell’illusione collettiva, impegnativa, funzionale a rimanere vivi.

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