PLATH, Sylvia (Poesia n. 278, 1.13)

SYLVIA PLATH

Cominciamo da dove finisco: visto il gran parlare che se ne è fatto leviamoci subito il pensiero. Ecco: io non desidero essere ricordata come la poetessa confessionale e suicida. Il mio suicidio non fu la conseguenza di una malattia alla quale sono stati dati nomi che non hanno mai detto la verità. Hanno forse descritto la mia psicologia, la superficie dei comportamenti – ma io ero veramente altrove, ero nelle parole. Solo lì io rispondo, dove ho la stupefacente bellezza dell’inorganico e una immobilità apparente, dove sono perfetta.

La mia infanzia e tutta la mia gioia ebbero fine con la morte del mio papà-re-delle-api. Io rimasi con mamma e fratellino, venni aggredita dalla perfezione, fui la bambina che vuole essere Dio. Redattrice della rivista “Mademoiselle”, fui scaraventata a New York grazie a una borsa di studio e presi in piena faccia il formalismo della middle-class americana degli anni Cinquanta, la fredda gabbia del maccartismo. Scrissi il mio unico romanzo, La campana di vetro, su questo tema. Tornata a Boston dalla mia mamma cominciai a tentare il suicidio, subii l’elettroshock e presi a sentirmi quella cosa bruciata, mi nascosi in cantina per tre giorni, a simulare una morte simbolica e la resurrezione coatta, fui elettrificata nuovamente e, spedita in Inghilterra con un’altra borsa di studio, conobbi Ted [n.d.r.: Hughes], ballai con lui, lo morsicai a sangue su una guancia e dopo questo stravagante patto di sangue ci sposammo in gran segreto, felici nelle nostre profondità. Ma io avevo una voce in me / che non vuole tacere e l’insegnamento, unitamente all’impegno di madre, mi distoglieva dalla poesia al punto che decisi di lasciare il lavoro, sebbene non avessimo altre fonti di reddito certe. Ted mi fu complice, cominciai a lavorare come infermiera psichiatrica e a seguire i corsi di Anne Sexton, con la quale stringemmo un’amicizia immediata e feroce basata sui racconti delle nostre fantasie suicidarie. Ci liberavamo così di noi stesse, evadendo l’una nel dolore dell’altra: ospitavamo un demone, affamato della stessa vita che amavamo. Io vivevo con slancio e disperazione alterni la routine delle madri, misi nel mondo un aborto e poi un secondo bambino, e poco dopo Ted mi tradì, con Assia Gutman, dalla quale avrà una figlia e che, mai presa veramente da lui e mai veramente abbandonata, ucciderà se stessa e la loro piccola di 4 anni come me, con il gas – e verrà tempestivamente rimossa da tutte le biografie del suo famoso amante. Con il tradimento di Ted finì ogni mia inclinazione coniugale. Dicono che io non reggessi il dolore dell’abbandono; eppure, quando allontanai l’imponenza magnifica e pericolosa di Ted, quando emersi dall’ombra del Colossus, sempre più sola, sempre più Lady Lazarus, io perdetti me stessa fino al punto di far parlare solo la voce che mi abitava dall’infanzia. Isolata nella bella casa del Devon, vuota di lui, scrivevo nel chiarore azzurro dell’alba, prima del primo pianto dei miei figli, prima del gallo e prima del lattaio. Più la mia vita si distruggeva più io ero libera e scrivevo, finalmente quelle poesie perfette e micidiali, con la scarnificazione delle estasi, le rime ironiche, l’esposizione della gabbia sovversiva dell’osso, la sua brillantezza lugubre, molecolare e violenta, il progressivo abbandono delle orme smaglianti della Dickinson e di Hughes. Ero io, finalmente ero: io. Ovvero il contenitore del mio corpo magrissimo suonava pienamente di quella voce, ne distinguevo tutte le parole, più nessun altro amore le confondeva, avevo abbandonato la “letteratura”, io ero tutta voce, questa voce, disinnescata dagli ami dei vostri sorrisi, io ero efficiente e allenata, nel gelido inverno londinese del ’63 io ero: pronta. Figli, quel giorno vi ho salvati dall’arte del morire, non da me, io vi ho chiusi nel sangue della mia rosa.

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