Giornalismo

Canto bosniaco o Della maldicenza

REFEST
Images and Words on refugees routes 

Passaggi Festival (Fano), Urban (Sarajevo), Organ Vida (Zagabria) e Fondazione Montemadrid (Madrid)

estratto dal reportage

Sarajevo - Derventa - Tuzla: viaggio in una guerra non finita

primo videoreportage del viaggio a Sarajevo. sembra passato tanto tempo, la guerra dei Balcani sembra lontana. invece, quando viene diviso uomo da uomo, le conseguenze sono permanenti

guarda in "Corriere TV" 9 aprile 2018

THE INFINITE HOUSES

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Derventa

Sarajevo

  • Canto bosniaco o Della maldicenza
  •  
  •  
  • Dragan e io eravamo fratelli
  • e ci hanno messi uno contro l’altro.
  •  
  • Spesso nei fine settimana io, mia moglie e la piccola Ana mangiavamo a casa sua, perché sua moglie Amina sapeva fare il ćevapčići di montone meglio della mia.
  • La mia Sofija faceva finta di sorridere, ma ogni sabato pomeriggio si tirava il grembiule sui fianchi come una cotta da guerra e ricopriva le baklava con tanto miele e pistacchi da sfamare un esercito.
  •  
  • Secondo me il ćevapčići di Amina era così saporito perché metteva nella salsa i peperoni rossi che Dragan coltivava nella serra. Ma noi maschi sappiamo approfittare dei bisticci delle donne. Le femmine trovano sempre scuse per offendersi, ma sotto sotto non possono fare a meno una dell’altra. E a noi ci piacciono, così infiammate.
  • Le lasciavamo beccarsi in silenzio e ogni sabato sera ci godevamo una cena da papi. Da sultani, mi dava di gomito Dragan...
  •  
  • Poi, iniziarono a circolare voci: Guardatevi le spalle, i musulmani sono traditori e bugiardi, vogliono rubarvi in casa – e, sempre peggio – vogliono ammazzarvi i figli! Non hanno scrupoli, sono i nostri nemici.
  • A loro dicevano lo stesso di noi.
  • Ci vuole poco, a dividere uomo da uomo. Basta il sospetto.
  • Cominciamo a studiarci da lontano, a pesare ogni gesto.
  • Ognuno vedeva quello che temeva di vedere.
  • Iniziamo a trovare scuse per il sabato sera, a sorriderci meno, quando ci incontriamo sul sentiero. E per forza, abitiamo vicini. Solleviamo la mano e tiriamo dritti quasi correndo, neanche ci stesse bruciando la casa.
  • È il cuore che ci brucia, a vederci così. E allora, facciamo il giro largo e non c’incontriamo più.
  •  
  • La mia piccola Ana è la mia gioia. Alla sera, chiudo bene le imposte. Sofija controlla tutte le serrature. Che ci possiamo fare, questa è la vita. Un sospiro e ci addormentiamo.  
  • Ci continuano a dire state attenti, ci imbevono d’odio e di paura come Sofija le sue baklava al miele. Tutti i giorni, tutti i giorni. Siamo appiccicosi di paura.
  •  
  • Un altro mese e comincio a tenere la pistola sotto il cuscino, non si sa mai.
  • Dragan, se lo vedo al mercato del paese, ormai neanche lo saluto più. Meglio così.
  •  
  • Una mattina presto, era d’estate e il sole già bruciava, stavo tagliando il grano e lo vedo passare tra i girasoli e andare dritto verso casa mia.
  • Ha messo la camicia, con il caldo che fa.
  • Lo vedo che si affaccia alla finestra della cucina e s’infila una mano nella tasca di dietro dei calzoni.
  •  
  • Lo ha raccolto Sofija, che l'ha visto sparire dal quadrato di luce della finestra ed è uscita a guardare. Dice che aveva un accendino in mano e la faccia di uno che non capisce.
  • Aveva iniziato a fumare. Io che colpa ne ho, non lo sapevo.
  •  
  • Roma, 6 febbraio 2018

Picchiata dal fidanzato. Immobili i passanti (CorSera Roma, 14.5.18)

"Corriere della Sera - Roma" 14 maggio 2018

Picchiata dal fidanzato. I passanti fermi come davanti a uno schermo

Ore 19 di una sera qualunque all’Appio Tuscolano. Lavoro alla recensione di un libro, seduta nel mio studio al settimo piano. Le finestre sulla strada sono chiuse. Eppure, un suono buca la camera d’aria tra i vetri. Sembra un urlo di donna. Prolungato, animale. Giro gli occhi a fissare la finestra. Silenzio assoluto. Mi sarò sbagliata. Riabbasso gli occhi sulla tastiera. Un altro urlo. È davvero una voce di donna, con la corda del panico nella voce, tesa fino al punto di rottura. E stavolta non smette: “Aiuto, aiutatemi, aiuto!” La vibrazione di una paura vera, profonda, che viene dal tempo in cui eravamo prede.

Mi spavento a mia volta. Apro la finestra, mi affaccio e vedo una figura maschile che spintona una sagoma di donna. Intorno ai due, piccoli capannelli di persone. Ferme.

Lui continua a spingere, poi vedo un movimento veloce, il braccio di lui compie un arco e la figura femminile cade a terra. Tutto è fermo, tutti restano fermi. È insopportabile. È irreale. Non ho mai fatto un’ora di sport, figuriamoci se so picchiare, il mio mestiere è scrivere. Eppure, riconosco la tensione della rabbia. Adrenalina, muscoli pronti alla lotta. Non penso a chiamare la polizia, penso che questa cosa deve finire adesso. Subito. Scendo. E vedo: la ragazza seduta sull’asfalto, che piange piano e si tocca il viso, si copre con la mano l’occhio sinistro, con l’occhio sano guarda dal basso il ragazzo che incombe sopra di lei. Lei non urla più, ha nella voce lo stupore e la supplica di una bambina: “Mi hai fatto male, mi fa male, è gonfio…”  

Sento il guaito della preda che ha ceduto al morso, la lacrima della cerva che si prepara a diventare terra. Adesso è lui a urlare, a propria discolpa: “Che cazzo dici, se t’ho dato un buffetto! Alzati, andiamo!” e la strattona per il braccio per portarla con sé. Le persone intorno stanno ferme come davanti a uno schermo, come se quel che vedono non sia reale. Provo un destabilizzante sentimento di solitudine assoluta. Sono certa di provare sentimenti semplici, naturali, eppure mi sembra di agire da straniera al mondo, mentre urlo all’aggressore: “Lasciala! Lasciala stare!”. Il ragazzo, alto e robusto, si volta a guardarmi con un certo disprezzo. Insisto: “Non la toccare!”. Lui mi considera, con lo sguardo con il quale considererebbe una zanzara in una notte estiva: “Aò, ma te levi dar cazzo?”. Capisco di essere stata misurata secondo unità di misura del reale opposte alle mie. Insisto: “La devi lasciare!”. Ottengo che almeno mi urli contro, mi valuti come un avversario attendibile: “Hai rotto il cazzo. Fatti i cazzi tuoi!” Rispondo la sola cosa possibile: “Questi sono cazzi miei! Sono cazzi di tutti!” Eppure “tutti” – persone che conosco da decenni, poiché abito in questo quartiere dalla nascita – mi guardano come se mi vedessero per la prima volta. Il ragazzo continua a cercare di sollevare da terra la ragazza: “Alzati! Vieni a casa!” Lei non oppone alcuna resistenza, se non quella del peso, unito alla forza di gravità. Sembra vuota. Mi siedo accanto a lei, che comincia a piangere a dirotto, tira su col naso, vuole essere abbracciata, dice: “Mi fa male. Ce l’hai uno specchietto? Voglio vedere che m’ha fatto, quello stronzo. È gonfio?” E lui grida, rivolto alla piccola folla inerte: “E che j’ho fatto? È cascata da sola! Io j’ho dato un buffetto! Aò, io qui ce abbito da trent’anni!” Però a noi due non si avvicina più. Fino a quando? Parlo per qualche minuto con la ragazza, le presto il telefono, chiama la madre. Provo una cupa tenerezza, mista a preoccupazione e a una rabbia profonda, che da animale si è fatta sociale, cioè politica. La ragazza riesce ad alzarsi. Fino a quando? La consegno alla madre. Fino a quando? Mi alzo anch’io, raggiungo lui, pretendo di spiegargli che il suo comportamento è sbagliato, è pericoloso. Ci urliamo contro un dialogo in due lingue sconosciute. Una donna finalmente agisce: “Chiamo la polizia”. Io qui ho finito. Mentre mi avvicino al portone, sento un ultimo commento, alle mie spalle: “Ma dai, era una cosa fra ragazzi…” 

articolo ripreso da "Huffington Post" e da Francesco Loiacono per "fanpage.it"

Stranieri. Cosa possono fare i poeti? (VersanteRipido, 1.5.18)

STRANIERI – cosa possono fare i poeti?
Editoriale in "Versante Ripido" 1 maggio 2018

I poeti, a mio parere, possono e devono smetterla di fare l’arte per l’arte, non è più tempo: il mondo chiama, la realtà s’impone. La geografia del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi e la poesia deve cambiare di conseguenza. Sul concetto di “straniero”, “estraneo”, “diverso”, la prima e la terza delle poesie che vi propongo risponderanno meglio di qualunque mia prosa.

Approfitto di questa prima affermazione per affermare un secondo pensiero, che può sembrare una provocazione, ma non lo è: la poesia si capisce meglio della prosa, al contrario di quello che si pensa, perché ci raggiunge più immediatamente e più in profondità, adopera nello stesso tempo molti canali di comunicazione: la musica, il rapimento emotivo e, insieme, il lusso di una doppia intelligenza, etimologica e dotta insieme.

I poeti producono questo effetto multiplo avvalendosi del silenzio e dei salti logici, mentre la prosa, per come comunemente la intendiamo, non suggestiona ma racconta, dunque lavora sulla conseguenzialità del pensiero e del pensiero sintattico. Il pensiero poetico, anche quello espresso in forma argomentativa filosofica, è comunque pensiero cantato e circondato da un luogo muto, l’aria messa nel bianco intorno alle parole.

Se è vero che i poeti sono creature sensibili, al mondo contemporaneo non basta che dedichino la propria sensibilità esclusivamente alla lingua – non basta che siano i custodi dell’identità linguistica del paese, anche perché l’identità linguistica del paese è prossima a cambiare: secondo i demografi, alla fine del Secolo Ventunesimo tutto il mondo sarà abitato da cittadini creoli, proprio come avvenne nell’Alto Medioevo, l’epoca “devastata dai barbari”, dalla quale, però, è nata l’Europa.

Ora siamo in un nuovo mutamento epocale e sarebbe utilissimo al mondo se tutti ci mostrassimo disponibili a formare una coscienza mondialista, se ci preparassimo con serenità al meticciato, della lingua e del sangue (ammesso che tra lingua e sangue ci sia differenza).

Mescolarsi non significa perdere la propria identità, significa aumentarla, aggiungere qualcosa a quello che già si è, come avviene ogni volta che si impara.

Riporto, a questo proposito, le parole della scrittrice somalo-italiana Ùbax Cristina Àli Fàrah che, nella sua breve introduzione ai propri testi, descrive con parole illuminanti la confluenza di esperienza e suono nella lingua adottata, l’italiano:

“Scrivere e utilizzare l'italiano nel tentativo di conciliare un linguaggio solamente  letto con le sonorità e le strutture del somalo, è stato un reiventarmi un mondo al quale sentivo finalmente di appartenere, un riappropriarmi di tutto ciò che nella realtà non poteva coesistere…”

Far confluire in sé i molti aspetti della propria vita, dunque, attraverso la scelta della lingua nella quale scrivere. Un’operazione che ha a che fare con la cosiddetta realtà e con la nostra propria biologia.

E infine: in quanto partecipante al progetto “La Frontiera”, ideato da Elena Stancanelli e Alessandro Leogrande, e come componente dell’Associazione “Piccoli Maestri” (lettori volontari di libri altrui nelle scuole), ho posto alla linguista Valeria Della Valle una domanda a proposito della prossima possibile contaminazione del nostro italiano, che provocatoriamente definivo “asfittico e letterario”, con le lingue arabe e africane – e la domanda ha indotto Della Valle a una riflessione utilissima a tutti: a parte “kebab”, tutte le parole arabe che sono entrate nel suo e nel nostro uso (“jihad”, “burqa”), sono parole negative.

Questo processo va radicalmente invertito.

da Il bene morale (Crocetti, 2017)
io cerco che la vita sia all’altezza del canto

poi, ci siamo sedute
vicine, senza spazio tra i corpi, senza rispetto
di quello che chiamate “spazio vitale”: voi, tutti, qui, occupati
a difendere l’aria, la libertà, a dimenticare
l’umano che cerca la vicinanza
come un bambino
 
poi, ci siamo sedute
sul marciapiede
e abbiamo fatto un pezzo di Somalia
– montuoso, ondulato, colorato,
sconnesso
e fermo – un pezzo di fusione
di nove corpi
neri
in terra straniera
 
ci hanno dato qualcosa, dei fazzolettini. una prima accoglienza. sandali, infradito e marciapiede. solo una di noi
sta di profilo, parla, fa sorridere
un’altra
 
la riga bianca del sorriso. poi, il bagliore di un occhio, due, la postura scomposta di una: forse
la più stanca, forse
la più sfacciata. o è la stanchezza, a renderla sfacciata. però, quasi sorride.
 
siamo righe di sabbia
incomprensibile. eppure
basta poco, a conoscere, basta
identificarsi
 
anche la donna
che scrive di noi, lo vedete, sta dando per scontato
che le straniere
siamo noi.
eppure…
eppure…
 
Roma, 19 settembre 2016

queste mani tenevano la loro creatura sopra l’indifferenziato del mare

Secondo il più recente rilevamento sugli arrivi via mare in Europa, reso noto dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), il numero di rifugiati e migranti che, dall'inizio del 2016, ha attraversato il Mar Mediterraneo per sbarcare in Europa ha ormai raggiunto quota 288.005. Tra questi, 121.155 sono arrivati in Italia e circa 164.146 in Grecia. Il numero di morti e dispersi in mare è stimato in 3.171. I dati sono aggiornati al 4 settembre 2016.

Un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo. Il suo compito è mantenere la memoria della comunità umana. Il suo compito è ricordare la grandezza possibile della nostra persona. "Quando entrano in gioco le pulsioni di auto-conservazione dell'io, il principio del piacere viene sostituito dal principio della realtà. Quest'ultimo […] mette in atto la temporanea sopportazione del dispiacere, come tappa nel lungo e contorto cammino verso il piacere." (Freud) Il temporaneo dispiacere è vedere le cose come stanno, cioè che siamo creature sofferenti, crudeli e sole in misura variabile. Il massimo piacere, l’utopia del piacere, è la circolazione fluida dell’amore umano. Per ciò abbiamo inventato il paradiso.

Dato l’assunto che il poeta conservi in sé la memoria e lo slancio sufficienti per risuscitare anche negli animi più disillusi e oppressi il desiderio e il coraggio di sperare in una “comunità umana”, possiamo dire che la poesia risusciti l’utopia del piacere. E che, per ciò, sia la spina nel fianco, che ci ricorda come vorremmo che le cose fossero. Oltre il più quotidiano disincanto. Per ciò viene pensata tanto distante dalla faccenda umana: guardata con sospetto e rifiutata, perché riguarda il nostro sogno più alto e troppo pericolosamente amato, è il “seme fecondo e disperato” di De Angelis, incarna la nostra paura di illuderci come bambini. Per fortuna i poeti sono vivi, abitualmente adulti, e fanno le cose.

Questa excusatio non petita mi pare una premessa doverosa, che, mentre cerca di oltrepassarlo, documenta l’imbarazzo di chi scrive, di fronte ai risultati della crudeltà umana. Provo molto imbarazzo a fare poesia su tutte queste creature prese dal mare per colpa della parte peggiore dell’umanità, che è quella che osservo e ripudio. In primo luogo, dentro me stessa, quando la rintraccio: nella mia paura, nella mia volontà di prevalere, ma soprattutto nella mia indifferenza.

E allora, mi domando: dalle sponde di questo morto occidente, sotto la più leggibile paura, sale forse un rancore nostro, nei confronti di chi coltiva un sogno?

davanti al mare è questo orfanotrofio 
senza utopia, la forza armata
di questa inespugnabile infelicità
che non ha più nessuno da aspettare
e invidia la vita
 
siamo noi gli ignavi, abbiamo vite
armate
per non riconoscere la nostra paura nella paura
degli altri, il nostro
respiro nel respiro
degli altri – il singolo respiro
nella massa di quel respiro umano che si gonfia e non basta
a fermare l’ondata
 
immagina che sia tua
la vita che chiede asilo
 
immaginiamo che sia nostra
la disperata utopia
di questo gigantesco
voler rinascere
 
immaginiamo siano i nostri corpi
questi corpi lasciati
a cadere nell’indifferenziato come orfani
 
l’assoluto abbandono della nascita di un orfano è senz’altro paragonabile all’abbandono nel quale è gettata ognuna di queste vite
che chiede di rinascere
 
quando sono i figli a morire, non esiste nemmeno la parola per dirlo. anche la liturgia, in quei rari, emblematici casi, si avvale di perifrasi : O Maria cum filio tuo mortuo…
 
biancore sovraumano di legno morto
– figlio mio
fatto di carne
umana
combustibile,
marcescibile
figlio mio
 
nel bruciare
del sale, riconosco il tuo odore di selva
e di laboratorio solare, quel profumo sensibile di pelle fresca e cotone
lavato – poi
per un attimo, riconosco lo sguardo dei tuoi occhi
che ho portato con me, in questa vita
che non arriva più
 
Roma, 24 giugno 2016 (in “Poesia” n. 319, Ottobre 2016)

Canto bosniaco o Della maldicenza
[in SARAJEVO – DERVENTA – TUZLA: viaggio in una guerra non finita, “CorriereTV” 9.4.18]
 
Dragan e io eravamo fratelli
e ci hanno messi uno contro l’altro.
 
Spesso nei fine settimana io, mia moglie e la piccola Ana mangiavamo a casa sua, perché sua moglie Amina sapeva fare il ćevapčići di montone meglio della mia.
 
La mia Sofija faceva finta di sorridere, ma ogni sabato pomeriggio si tirava il grembiule sui fianchi come una cotta da guerra e ricopriva le baklava con tanto miele e pistacchi da sfamare un esercito.
 
Secondo me il ćevapčići di Amina era così saporito perché metteva nella salsa i peperoni rossi che Dragan coltivava nella serra. Ma noi maschi sappiamo approfittare dei bisticci delle donne. Le femmine trovano sempre scuse per offendersi, ma sotto sotto non possono fare a meno una dell’altra. E a noi ci piacciono, così infiammate.
 
Le lasciavamo beccarsi in silenzio e ogni sabato sera ci godevamo una cena da papi. Da sultani, mi dava di gomito Dragan...
 
Poi, iniziarono a circolare voci: Guardatevi le spalle, i musulmani sono traditori e bugiardi, vogliono rubarvi in casa – e, sempre peggio – vogliono ammazzarvi i figli! Non hanno scrupoli, sono i nostri nemici.
 
A loro dicevano lo stesso di noi.
Ci vuole poco, a dividere uomo da uomo. Basta il sospetto.
Cominciamo a studiarci da lontano, a pesare ogni gesto.
Ognuno vedeva quello che temeva di vedere.
 
Iniziamo a trovare scuse per il sabato sera, a sorriderci meno, quando ci incontriamo sul sentiero. E per forza, abitiamo vicini. Solleviamo la mano e tiriamo dritti quasi correndo, neanche ci stesse bruciando la casa.
 
È il cuore che ci brucia, a vederci così. E allora, facciamo il giro largo e non c’incontriamo più.
 
La mia piccola Ana è la mia gioia. Alla sera, chiudo bene le imposte. Sofija controlla tutte le serrature. Che ci possiamo fare, questa è la vita. Un sospiro e ci addormentiamo. 
 
Ci continuano a dire state attenti, ci imbevono d’odio e di paura come Sofija le sue baklava al miele. Tutti i giorni, tutti i giorni. Siamo appiccicosi di paura.
 
Un altro mese e comincio a tenere la pistola sotto il cuscino, non si sa mai.
Dragan, se lo vedo al mercato del paese, ormai neanche lo saluto più. Meglio così.
 
Una mattina presto, era d’estate e il sole già bruciava, stavo tagliando il grano e lo vedo passare tra i girasoli e andare dritto verso casa mia.
Ha messo la camicia, con il caldo che fa.
Lo vedo che si affaccia alla finestra della cucina e s’infila una mano nella tasca di dietro dei calzoni.
Lo ha raccolto Sofija, che l’ha visto sparire dal quadrato di luce della finestra ed è uscita a guardare. Dice che aveva un accendino in mano e la faccia di uno che non capisce.
Aveva iniziato a fumare. Io che colpa ne ho, non lo sapevo.

manifesto per un uso quotidiano della poesia (CorSera, 21.3.18)

E se la poesia tornasse nelle nostre vite?

Auspico che la poesia torni ad accompagnare le nostre azioni quotidiane.

Tutte: dalla ricerca delle chiavi uscendo di casa, alla gioia terribile di una nascita o di un amore nuovo, all’ingresso di una maggiorenne nel mondo degli aventi diritto di voto, alla vertigine di chi per la prima volta cerca di addormentarsi da solo nel letto matrimoniale, alla rabbia compatta di un prigioniero politico, allo smarrimento di un orfano nel gorgo interiore dell’antimateria, al fibrillare di chi ha appena intuito una legge che regola il microcosmo e il suo corrispettivo universale. Tutto.

C’è poesia per tutto, perché la poesia parla di noi e ci riguarda.

Bastano poche parole, semplici e chiare, per dimostrare l’opportunità di un uso quotidiano della poesia, poiché quest’arte fatta di parole svolge due funzioni:

1.   ci collega in maniera immediata e diretta con il nostro sentire e pensare
2.   svela la parte nascosta della realtà, per immedesimazione o per attrito

Entrambe queste funzioni sono aumenti di conoscenza.

Non di sapere, di conoscenza.

E la conoscenza lavora, a sua volta, dentro il nostro senso critico, nell’osservazione di noi stessi e della realtà. Più conosciamo noi stessi e il mondo, nella pienezza visibile e invisibile, più siamo etimologicamente intelligenti e consapevoli nell’adoperare la nostra presenza nel gran circo della vita, nelle relazioni con i cosiddetti altri, nel voto in cabina elettorale, nel nostro slancio, nel nostro disincanto e nella nostra autonoma rinascita.

Come scrivevo in questo articolo, che avevo significativamente intitolato “Fare poesia è un’azione politica” (“il manifesto”, 17 luglio 2011): “La poesia non è un’attività letteraria, è un’evoluzione dell’io […]. Ebbene, credo che mai come oggi questa sia una dichiarazione di resistenza e, parafrasando Fenoglio, una questione pubblica.”

Questo “mai come oggi” è tanto più vero sette anni dopo, nel 2018, davanti a certa politica che sempre più spesso, apertamente o in maniera subdola e subliminale, semina paura per raccogliere odio e frammentazione, secondo l’antico dettato divide et impera (dividi e comanda) e suggerisce dunque di pensare la cultura non per quella che è, ovvero un’attività indispensabile per interpretare il mondo, ma come ozioso diletto di chi ha la pancia piena.

“Mai come oggi”, dunque, occorre rivendicare la forza nutritiva e vitale, eversiva e politica, della cultura, della conoscenza e della poesia.

Basti pensare che gli internati nei campi di concentramento leggevano Dante, per combattere l’abbrutimento e rimanere “umani”. Con la parola “umano” è necessario intendere l’umanità al suo meglio, aperta all’altro, un felice sinonimo di “viva”.

Poesia e realtà: un Alfabetiere da ascoltare

Giorgio Caproni scriveva: «Una poesia dove non si nota nemmeno un bicchiere o una stringa, m’ha sempre messo in sospetto. Non l’ho mai usata, nemmeno come lettore. Non perché il bicchiere o la stringa siano importanti in sé, più del cocchio o di altri dorati oggetti: ma appunto perché sono oggetti quotidiani e nostri». Maria Grazia Calandrone ha composto un Alfabetiere. Per ogni lettera dell’alfabeto ha scelto una parola semplice, di uso comune, quotidiana e concreta, come “cipolla”, “martello”, “stivali”. L’intento (e le risposte vengono dall’ascolto), è verificare se davvero la poesia possa affacciarsi e lampeggiare da tutto e da ovunque e se i poeti siano capaci di intercettare e svelarci l’invisibile di qualsiasi parola e di qualsiasi oggetto.

L'Alfabetiere Poesia è andato in onda dal 1 al 21 marzo a RAdio3 Suite: un viaggio in 21 tappe, che ora possiamo ascoltare qui

Frontiera (RepubblicaTV, 4.4.18)

Migranti, con Robinson sulla Frontiera 'La Frontiera' è un progetto su migrazioni e integrazione nato da un'idea di Alessandro Leogrande ed Elena Stancanelli e realizzato con la collaborazione di Repubblica, Radio3, Laterza e l'associazione 'Piccoli Maestri'. Nicola Lagioia lo definisce un percorso "che mette in discussione il racconto ufficiale che vede l'arrivo degli stranieri solo in termini di emergenza, pericolo, sforzo economico, perdita d'identità". Nello studio di Repubblica Tv siedono tre linguisti: Valeria Della Valle, Franco Lorenzoni e Mario Canella, pronti a rispondere alle domande di un gruppo di scrittori (Francesco Pacifico, Nadia Terranova, Paolo di Paolo, Antonio Pascale, Maria Grazia Calandrone, Carola Susani, Emiliano Sbaraglia). Tra il pubblico anche i ragazzi di Repubblica@scuola. Modera Marco Bracconi

guarda 

I VOLONTARI (ciclo "Corriere Tv" da ottobre 17 a gennaio 18)

da lunedì 16 ottobre, con cadenza settimanale, in "Corriere TV"

guarda il promo in "Corriere TV"

GENTE COMUNE: I VOLONTARI, ciclo di videointerviste di Maria Grazia Calandrone ai volontari di "Baobab Experience", gruppo di prima accoglienza ai migranti.
Perché pare giusto dare voce all’Italia che accoglie.
E perché pare utile mostrare che i volontari non sono eroi che credono di salvare il mondo, ma persone che fanno il loro possibile.
Ascoltandoli, ci accorgiamo che mettersi a disposizione è una cosa semplice e naturale e che tutti possiamo intervenire per il bene comune: ciascuno secondo le proprie forze, le proprie specializzazioni e le proprie capacità.

"la cosa bella" - Marzia Di Mento - prima parte (16.10.17)

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"temporanemente dimenticano" - Marzia Di Mento - seconda parte (9.1.18)
dove Marzia ci spiega come fanno i ragazzi a sorridere nonostante tutto (e, in coda, la faccia di mio figlio)

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"70.000 prove di umiltà" - Andrea Costa - prima parte (30.10.17)
dove Andrea Costa racconta la differenza tra fare la carità e essere umani

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"sarebbero cittadini modello" - Raffaella Bracale (23.10.17)

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"cultura come empatia" - Roberto Viviani (13.11.17)
si può imparare a identificarsi col dolore di un altro
 
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"la polizia e il fiore rosso" - anteprima dell'intervista a Sonia Manzi - prima parte
 
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"accogliere questo poco" - Sonia Manzi - seconda parte (18.11.17)
dove Sonia racconta la dignità, la semplicità e la consapevolezza di accogliere quello che si ha (Ennio Flaiano: "la felicità è desiderare ciò che hai")
 
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l'abbraccio, come la poesia, è un tentativo - che non basta mai - di restituire fiducia a un essere umano ferito
 
"Maslax voleva sempre giocare a calcio" - Marzia Di Mento (27.11.17)
dove Marzia racconta le reazioni dei volontari al suicidio di un ospite e denuncia il sistema che non vede l'umano, ma solo numeri senza odore e lacrime
 
"il cuore pieno" - Raffaella Bracale (4.12.17)
dove Raffaella racconta come è successo che un bel giorno si è trovata in mano le forchette di "Baobab". e un cuore pieno nel petto. e un concerto di ringraziamento 
 
dove Andrea parla della condivisione del pane e della sofferenza
 
"fondamentalmente siamo persone normali" - Roberto Viviani (2.12.18)
 dove Roberto ci spiega di non essere né amico dei terroristi né, al contrario, un supereroe. cerchiamo insieme di smontare banalità, pregiudizi e luoghi comuni. buona visione
 
"la leggerezza dell'inferno" - Raffaella Bracale (23.1.18)
dove Raffaella racconta come restare in vita nonostante cicatrici che "non fanno parte del corpo umano"

«Non lasciamoli al freddo» Un appello per i profughi alla sindaca di Roma (CorSera, 30.11.16)

«Non lasciamoli al freddo» Un appello per i profughi alla sindaca di Roma (CorSera, 30.11.16)

Il primo dato di realtà è che le persone non devono vivere per strada. Nel freddo e nella sporcizia, forzosamente causata anche da loro stesse.

Il secondo dato di realtà è che a Roma alcune persone stanno vivendo per strada da mesi.

Il terzo dato di realtà è che esiste la possibilità di montare per loro delle tende regalate da privati, a costo statale zero, su un parcheggio inutilizzato dietro la stazione Tiburtina.

Ma l’area non viene concessa. Non si dice no, si rimanda di giorno in giorno.

E a questo punto fa davvero freddo.

In primavera era stata individuata dai volontari (sottolineo volontari) del Baobab l’area coperta dell’Ittiogenico, in zona Tiburtina.

Sono stati sgomberati. Ed è stata sgomberata la tendopoli di Via Cupa.

Di fronte a una serie di dati di realtà di questo genere le reazioni possibili sono tre:

1. ignorare il problema (è troppo più grande di me, non ce la posso fare)

2. spaventarsi e respingere (cos’è questa fiumana nera di gente che invade il mio quartiere, la mia vita?! Tra loro si potrebbero nascondere dei delinquenti!)

3. ragionare, comprendere e accogliere.

Proviamo allora a fare un ragionamento elementare: queste persone rischiano la vita per arrivare qui.

Dunque sono persone tanto più spaventate e disperate di noi. Se anche volessimo, non potremmo fermarle.

Scappano da guerre, da una miseria e da una paura per noi inimmaginabili. Sognano una vita come la nostra. Muoiono a frotte nei mari e nei vani motore dei barconi. Muoiono per asfissia.

Credete che si blocchino per qualche notte all’addiaccio?

Il futuro del mondo è questa mescolanza di razze e culture.

Resistere, erigere muri e filo spinato, serve solo a far morire altra gente, come i ragazzi folgorati o schiacciati dai treni sotto gli occhi dei loro amici nei tentativi di passare clandestinamente le frontiere chiuse.

Serve solo a rimandare il problema, a lasciarlo irrisolto ai nostri figli.

Noi non chiudiamo la frontiera, ma rendiamo invivibile la nostra capitale.  

Allora, su iniziativa di Carola Susani e come altri Piccoli Maestri, ho scritto alla sindaca Virginia Raggi e all’assessora Laura Baldassarre. Poi, ho pensato di unire alla mia la voce di altri che soffrono la preoccupazione costante di quei ragazzi al freddo. Carne e ossa come la nostra, che trema, ancora. E stavolta per causa nostra. Peggio: della nostra burocrazia. Vale a dire: della nostra indecisione o della nostra paura.

Sono le dieci di sera e da stamattina trascrivo nomi e cognomi di persone scandalizzate, addolorate. Persone che, come me, non comprendono come sia possibile non concedere un parcheggio in disuso a costo zero per far vivere meno peggio degli esseri umani. Nel momento in cui scrivo hanno firmato 715 persone. Nel momento in cui scrivo, Roma è sferzata dalla tramontana.

Questa umanità bella e accogliente non deve restare inascoltata.

Questa umanità del futuro.

Chiudo adoperando con amore le parole preziose pronunciate da Andrea Camilleri in Lontano dagli occhi, bellissimo e durissimo documentario di Domenico Iannacone e Luca Cambi: “Questa Europa già nel suo nascere aveva un vizio di origine: prima ancora di basare tutto su una moneta unica doveva basare tutto su un sentimento unico: il sentimento dell’unità vera, autentica, dell’Europa. È bastato poco perché alcune nazioni ritrovassero il peggio del loro essere. Stanno imprigionando se stessi, non stanno tenendo lontano gli altri. Imprigionano i loro cervelli dentro il muro che loro stessi erigono credendolo una difesa. C’è, in un gesto simile, la cecità del futuro”

Se volete firmare per l’accoglienza, questo è il link alla lettera:

http://www.mariagraziacalandrone.it/index.php?option=com_content&view=article&id=440:migranti-nessuno-di-noi-puo-chiudere-gli-occhi&catid=21:parla-con-lei&Itemid=152

Basta scrivere nome e cognome in fondo alla lista dei nomi di quelli che non vogliono chiudere gli occhi davanti alla bellezza del futuro.

Leggere Szymborska ai migranti del "Baobab" (Corriere della Sera, 3.8.16)

Corriere della Sera, 3.8.16

DA QUALE MONDO VERSO QUALE MONDO
leggere Szymborska ai migranti del “Baobab” di Roma

Sappiamo che vengono da luoghi nei quali hanno lasciato quasi tutto. Sappiamo che vengono da viaggi nei quali molti hanno perso il poco che erano riusciti a salvare. Sappiamo che si allontanano da guerre attraversando guerre, stupri e torture. Sappiamo che sono sopravvissuti a naufragi. Sappiamo che possono fare affidamento solo sui loro corpi. E sull’accoglienza di altri esseri umani. Ne abbiamo idea. Poi, li vediamo. Non sono pregiudizio, ideologia, racconto o forme bidimensionali. Sono corpi, cioè rumore e odore, allegria paradossale e bisogno.

Il sesto senso è il senso di realtà. Imbocco Via Cupa e li vedo. Vedo che tutto avviene a cielo aperto, a destra della piccola strada. Una dottoressa medica il tallone di un ragazzo. Poi, una sequenza di materassi sull’asfalto inzuppato di acqua e fanghiglia, imbarcati dal peso di molti corpi. Ancora un passo e una fila muta mi volge le spalle: dalla testa si staccano dei ragazzini con un piatto e una forchetta di plastica in mano. Mangiano in piedi o accovacciati sull’asfalto: pane, pasta, insalata. Oggi è andata così. Sono quasi tutti maschi giovani, molti studenti: donne e neonati vengono subito smistati verso il presidio della Croce Rossa. Sono tutti africani, perché il nome “Baobab” è noto, al centro dell’Africa. Fanno tappa per qualche giorno e ripartono verso il Nord Europa. Vengono detti “migranti transitanti”. Non fanno caso a noi, non sono ostili né sorridono, convivono con la nostra presenza come un fenomeno del paesaggio urbano. Una media di 250 persone si sfama qui ogni giorno. Il presidente dell’Inps Tito Boeri documenta che “gli immigrati ci regalano 300 milioni all’anno”, grazie ai contributi versati e mai riscossi. In cambio, i privati offrono loro i pasti e una continua attenzione. In attesa di una sede strutturata e non emergenziale come questa: poco più avanti sono montate alcune tende. Dietro l’ultimo lembo di stoffa un neonato succhia in silenzio dal seno di una ragazzina. Lei sorride. Non è letteratura: lei sorride come è naturale che le madri sorridano. Un ritaglio di pace e normalità, come fossimo tra le mura domestiche di una casa qualunque.

Noi siamo Piccoli Maestri, siamo qui a leggere. Ho scelto Szymborska, perché lei significa dare voce all’equanimità: nei suoi testi splende in silenzio l’unità del creato, un mondo ironico e concreto dove ogni cosa è uguale a ogni altra cosa.Quando non abbiamo più bisogno di voli pindarici per sostenere la vita, stiamo vivendo, accettiamo “il Bello / con dentro budella sgraziate” che siamo: provvisori, dubbiosi e colmi di perdita. Sembra sensato leggere versi come “Gente in fuga davanti ad altra gente” oppure “Solo ciò che è umano può essere davvero straniero. / Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.” Cose concrete come l’elenco delle cose utili: mutande, calzoncini small (gli extralarge paiono scherzi di cattivo gusto), leggins, asciugamani per la doccia domenicale. So in prima persona cosa significhi affidarsi “alla compassione di tutti”, come scrisse mia madre Lucia prima di scendere nelle acque del Tevere insieme all’uomo che amava. La me stessa neonata ha trovato accoglienza nel mondo, contraendo il debito naturale di accogliere a sua volta. Molte persone sono state buone con me. So che vuol dire sperare in ogni sorriso come in quello di un parente possibile. So da che zolla dura vengano gli sguardi di fiera gratitudine che incrocio addosso al muro del Verano, dove leggiamo e veniamo investiti da una salva di “grazie”. Questi ragazzi hanno imparato la parola indispensabile in ogni lingua: grazie. Perché sanno che ogni incontro è un dono e un diritto, che ogni piatto di cibo è un dono e un diritto. La creatura che siamo chiede vicinanza e viene avvicinata. È uno spettacolo giusto. I volontari fanno il proprio dovere di esseri umani. Questo è tutto. In attesa di una risposta dalle istituzioni. Tra poco sarà inverno. E noi, come Szymborska “conosciamo noi stessi solo fin dove / siamo stati messi alla prova”.

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