Giornalismo

Nella poesia c'è il "noi" più vero (7Corriere, 5.7.19)

Vivere con la poesia significa vivere come tutti e, soprattutto, con tutti.

In che senso?

Nel senso che il poeta scrive in forma musicale quello che sentiamo tutti.

Ma, a differenza della musica fatta con le note, col puro suono, la poesia è fatta con le parole, e le parole hanno un senso semantico e, dunque, evocativo.

Le parole significano, non sono solo suono.

Dove ci porta il senso delle parole musicali della poesia?

Al desiderio, all’umanità.

Cioè nel punto esatto dove tutti ci somigliamo, dove la mia persona coincide con la tua persona. Dico proprio la mia che scrivo con la tua che ora leggi.

Possiamo chiamare questa prima, fondamentale funzione: «compassione», nel senso etimologico di “sentire insieme”.

Ma la poesia sorprende anche chi la scrive. Anche la me stessa che scrive suggerirà qualcosa alla me stessa che poi leggerà, perché le parole della poesia, incatenate l’una all’altra dal proprio stesso suono, portano il poeta in luoghi dove mai avrebbe immaginato di arrivare.

Per lo più, fuori di sé. E, prima o poi, lo fanno nascere al mondo.

Date queste premesse, è semplice comprendere quale possa essere il valore sociale della poesia.

Al di là delle specificità delle linee di poetica, che in questo difficile momento sociale ci lasciano indifferenti, possiamo azzardare che la poesia ci aiuti a riconoscere i nostri desideri e i nostri sentimenti e ci aiuti a comprendere che quei desideri e quei sentimenti sono contenuti anche nella persona che ci sta di fronte, chiunque essa sia. In 7 parole e mezzo: la poesia ci aiuta a vedere l’altro.

In senso più esteso, ci aiuta ad ammirare la completezza di visibile e invisibile in quella che convenzionalmente definiamo «realtà» e che, come intuiamo senza dubbio, non si limita a essere pura superficie.

La poesia è dunque specchio di chi la legge, specchio dell’umanità di chi è intorno a chi la legge e un faro puntato sulla profondità e sulla complessità del reale.

Ma una piccola serie di parole come può racchiudere tanta potenza?

Ho già scritto del ritmo musicale “sensato”. Aggiungiamo una spezia fondamentale: la quota di silenzio che il poeta mette fra le parole.

In quel silenzio, nello spazio bianco posto ad arte fra le parole, il lettore – consapevolmente, ma anche inconsapevolmente – costruisce il suo mondo, lo spettacolo fatto dalle associazioni che le parole che sta leggendo gli evocano.

Questo argomento funziona anche con la poesia in prosa.

Se ne deduce che la lettura di una poesia, nel momento in cui cade nell’esperienza biografica di un lettore, non è mai uguale a quella di un secondo o terzo lettore. E la lettura non è mai uguale neanche se noi stessi leggiamo una poesia a distanza di tempo.

Sono sicura che è successo anche a voi di comprendere all’improvviso un testo che fino a un anno fa non vi parlava. È perché nel frattempo siamo cambiati, o abbiamo acquisito un’esperienza nuova che il poeta, quando ha scritto i suoi versi, aveva compreso, prima di noi e per noi, perché noi ci sentissimo compresi, leggendolo.

Dunque la poesia ci guarda da molto vicino, ci riguarda. Parla di noi, parla anche di quello che di noi ancora non sappiamo, perché i poeti spendono tutto il tempo della propria vita a scavare dentro sentimenti ed emozioni, derivate dalla natura o dall’intelligenza.

Il poeta svedese Tomas Tranströmer, vincitore nel 2011 del Premio Nobel per la letteratura, ha scritto che la poesia è sempre «traduzione di una lingua invisibile». Quella lingua invisibile è forse quella preverbale del lattante che tutti abbiamo “parlato”, è forse il luminoso Intelletto d’amore di Dante, al quale sarebbe una gioia riuscire ad accedere stabilmente.

Di certo è una lingua che ci tocca e comprendiamo per istinto, perché è la lingua musicale dalla quale proveniamo ed è anche la lingua delle nostre molecole, così simile al rombo primario delle stelle.

La poesia parla la lingua del corpo, che risuona del suono molecolare delle stelle, come afferma anche la scienza, modificando lievemente l’antica intuizione shakespeariana «Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni».

I bambini capiscono benissimo questa cosa. È una gioia vedere i loro occhi sgranati, ogni volta che mi trovo nelle scuole elementari per un laboratorio di poesia. E ogni volta comprendo tutto di nuovo, insieme a loro.

Anche questo ripetersi per sempre nuova, è uno dei miracoli della poesia, che Pasolini chiamava perciò «merce inconsumabile».

Oggi leggiamo il Notturno di Alcmane o la Commedia di Dante e le comprendiamo, vediamo il mondo con gli occhi di quei grandi poeti.

E questa è l’ultima, importantissima, funzione sociale della poesia: tirarci fuori dal tempo, dalle fake-news della propaganda e del mercato, dalla logica frenetica della merce, trasferendoci in un luogo che sente di eterno ed è immutabile, da quando nasciamo.

Ognuno conosce quel luogo dentro di sé, dove è lo stesso da sempre.

La poesia abita accanto a quel sé stesso immutabile.

E specchia lacrime, euforia e sorrisi di quel che resta per sempre fuori dal tempo. Ed è il «noi» più vero. 

Rifugiati (Il Fatto Quotidiano, 2.11.19)

Leggi in rete «Poeti ed esuli hanno soltanto le parole per mostrare il proprio valore»

Il regista turco-italiano Ferzan Özpetek scrive, nel romanzo Rosso Istanbul: «Le case dell’infanzia rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più». Possiamo proseguire il suo pensiero arrivando a sostenere che tanto più la nostra casa è lontana, tanto più è presente. Riusciamo a dedurlo dall’esperienza degli anziani, i quali hanno spesso più viva memoria dell’infanzia, che del presente. Ricordare la casa dell’infanzia è dunque un argine allo sfacelo, interiore o del corpo. Il cerchio di ogni lunga vita pare richiudersi con il riemergere di quel che sapevamo nascendo, se due poeti adulti come Pier Paolo Pasolini e Giovanni Pascoli descrivono anche la cultura più autentica come ritorno alla lingua semplice e pura che parlavamo da «fanciullini».

Infine, secondo Marina Cvetaeva, i poeti condividono per natura il destino degli esuli. E i poeti non hanno che parole, per farsi valere. Non violenza, solo parole. E le parole sono il patrimonio messo a disposizione anche dai rifugiati che hanno deciso di mostrare il proprio valore.

Se esilio e lontananza sono solcati dal destino del ritorno, un simile destino è tanto più vero quando la sola casa è il corpo che abitiamo, com’è accaduto a ognuna delle persone che lo scorso aprile 2019 si è riconosciuta sotto il nome significativo e bellissimo di «Unire», Unione Nazionale Italiana per i Rifugiati ed Esuli, un’Associazione che raccoglie associazioni preesistenti (Mosaico, Il Grande Colibrì, Associazione Africa Unita e Afghan Community in Italia), attivisti e cittadini privati [ed è uno dei progetti vincitori del bando di PartecipAzione, programma realizzato dall’ONG Intersos e UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati].

Alla conferenza stampa di presentazione del progetto, che si è tenuta lo scorso 26 ottobre 2019 presso una sede romana della CGIL, il presidente Syed Hasnain è calmo, non fa la voce enfatica “da comizio”, né parla per slogan, racconta una storia che è la storia di un sogno collettivo e chiarissimo al pensiero: camminare insieme verso un futuro sempre più comune.

«Non vorremmo la pietà del paese che abitiamo, vorremmo che il paese ascoltasse la nostra voce», aggiunge la vicepresidente curda, Ozlem Önder, limpidamente cosciente che ciascun essere umano sia risorsa economica e culturale per la terra che abita. L’Italia, nel caso nostro, un Paese nel quale i rifugiati desiderano – così leggiamo sulla pagina facebook dell’Associazione – diventare «interlocutori di pari grado per migliorare questo mondo così disumano». Quelli che vivono in Italia da molti anni sanno per esperienza cosa succede dopo lo sbarco e dopo l’accoglienza e possono raccontarlo, aiutando quelli che arrivano dopo di loro a districarsi nei tunnel della burocrazia e infine a integrarsi. E aiutando noi a conoscerli.

Primo scopo della rete è infatti condividere esperienze, ma finalità ulteriore e fondamentale degli associati è influire direttamente sulle politiche di accoglienza, che hanno evidentemente un fortissimo impatto su ognuna delle loro singole vite, ma sulle quali, a oggi, non hanno avuto alcuna voce in capitolo, poiché in Italia i rifugiati non hanno diritto di voto e subiscono le decisioni del Paese ospitante. «Unire» intende allora proporsi come organo consultivo nelle Commissioni Parlamentari sul diritto di asilo e sulle politiche migratorie, per collaborare alla costruzione di un corpo comune, nazionale e sovranazionale.

I fondatori dell’Associazione vengono da Nigeria, Siria, Eritrea, Kurdistan, Afghanistan, Sudan, Algeria. E abitano a Milano, Roma, Torino, Bologna, Parma, Cagliari, Alto Adige. Il nigeriano Apollos Pedro sorride contento come un bambino, mentre dice: «Non credevo che un giorno avrei preso in mano la mia vita». Questo è lui, questa è lei, con rispettive tradizioni, talenti e abitudini, ereditate per nascita. Tutti desiderano essere visti, contribuire, sviluppare i talenti. Come me. Questa infatti sono io: nel mio Paese, nel mio quartiere, con le mie tradizioni, i miei talenti e le mie abitudini, con la fortuna di non essere stata costretta ad abbandonare i miei affetti, che d’improvviso appaiono evidenti e più preziosi che mai.

Ma è pur vero che il benessere impigrisce. Vogliamo davvero che la nostra fortuna ci renda inattivi, proprio adesso che la nostra voce può rinnovare i fondamenti dell’esistere insieme a tante voci nuove e sconosciute che si fanno vicine, in questo disperato, fecondo ed eversivo millennio?

Lo scrittore afghano Alidad Shiri, arrivato bambino in Italia legato sotto un tir alla fine di un viaggio lungo quattro anni, per chiudere in bellezza focalizza l’attenzione sul linguaggio che usiamo, spesso inconsciamente, trattando il tema dell’immigrazione. «Unire» desidera aiutarci a riflettere anche sulla disponibilità che diamo per scontata, evolvendo un linguaggio che, come sempre, rivela e modifica il pensiero. Cambiando le parole che adoperiamo, possiamo imparare a rovesciare la prospettiva “assistenziale”, passando dall’idea di essere pronti a rimboccarci le maniche per risolvere un problema e accogliere alcune vite ferite, all’idea di ricevere un dono. Si tratta di una vera rivoluzione dell’intelligenza.

E allora, il nostro Paese può continuare a sfornare decreti che rendono impossibili o difficilissimi e contraddittori questi percorsi incrociati di autonomia e ricchezza. Oppure, possiamo impegnarci a comprendere il futuro di un mondo che si mescola, dove ogni nazione parla tutte le lingue del mondo, senza per ciò sentirsi colonizzata ed espropriata della propria cultura e delle proprie tradizioni, ma si dispone con curiosità a convivere con ricchezze, problemi e tradizioni di cosiddetti «altri». Proprio come i cosiddetti «altri» avrebbero dovuto fare e hanno fatto, fanno e faranno coi cosiddetti «noi». 

Poesia e politica (l'Ulisse n.22 10.19)

POESIA E POLITICA "l'Ulisse" numero 22, ottobre 2019 

  • La poesia, un controcanto collettivo alla paura e all’odio
  • (e il dovere politico della fiducia. Con gli occhi aperti)

intervento del 2 marzo 2019 alla "Casa della Cultura" di Milano

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Comincio con un brevissimo aneddoto: in vista del 14 febbraio dell’anno in corso, 2019, il quotidiano romano «il Messaggero» commissiona a un esiguo numero di poeti un testo sull’amore al tempo dei barconi. Mossi da vari moventi, i poeti scrivono e consegnano. Non accade niente, se non una tanto inutile quanto violenta polemica interna.

Pochi giorni dopo, Emma Marrone conclude un suo concerto con tre parole: «Aprite i porti», che suscitano un ciclone.

La premessa valga a documentare che siamo consapevoli delle proporzioni reali dell’incidenza del fenomeno-poesia. Eppure, sogno e lavoro di questo momento della mia vita è che la poesia torni a essere di tutti e per tutti.

*

L’io lirico, inteso come esempio pedagogico soggettivo di un altro modo di stare al mondo, è talmente contraddittorio da essere ormai insostenibile: tutti i poeti, volenti o nolenti, sono macinati dall’ingranaggio del neoliberismo. Come potrebbero autenticamente rispondere dell’eccezionalità delle proprie parole con l’eccezionalità delle proprie vite?

La poesia lirica, intesa come riflessione sensibile al mondo, come visione filosofica della storia che mantiene uno sguardo ampio, che lega cosa con cosa – oggi diventa civile, presa in carico di un «noi» del quale abbiamo umanamente bisogno, in quest’epoca fluida e precaria, di smarrimento politico e sociale.

La poesia può proporsi come legante contrario al legante sociale dell’odio e della paura, che si vuole travolgano un paese dove sono stati creati nemici immaginari, dove la cultura è un bersaglio da bullizzare, dove il popolo è stato diviso e spaventato a scopo politico.

La poesia riveste, a mio parere, la funzione del controcanto come resistenza politica. Ma, per agire davvero nel tessuto sociale, è necessario che i poeti escano dai luoghi della poesia, che siano veri e propri attivisti, che vadano a rappresentare con i propri corpi (e con letture di poesie auspicabilmente non proprie) una diversa possibilità di vita, soprattutto nella scuola pubblica e soprattutto alle elementari, perché ogni costruzione che regge al tempo, inclusa quella della persona futura, si comincia statisticamente dal “basso”. Nessuna costruzione comincia dall’alto.

Non dimentichiamo che “bellezza” e “bontà” sono fatica quotidiana, il risultato di una incessante contrapposizione al nostro stesso fascismo naturale.

Mi spiego: di fronte a un cambiamento, l’istinto rettiliano, elementare (oggi detto «la pancia»), suggerisce a chiunque di allontanare e zittire, piuttosto che accogliere e ascoltare. Più immediato essere diffidenti e respingenti. Per ciò diciamo che il fascismo è ignoranza. Ignoranza di sé, prima di ogni altra ignoranza.

E allora, più nel dettaglio, qual è la qualità dello sguardo di un poeta che ritengo necessaria a una società spaventata?

L’attenzione chirurgica ai sentimenti, lo svelamento degli inganni consolatori, ovvero l’emersione del rimosso sociale e, dunque, la possibilità di mostrare (a sé stesso per primo, attraverso le parole – e dunque al lettore) la “cosidetta realtà” completa delle sue due parti, visibile e invisibile.

La poesia, con la sua quota ampia di silenzio, allude sempre all’ultrasuono dell’invisibile, fatto di rimosso psicologico e sociale, dell’ottanta per cento di materia oscura che compone il nostro mondo e anche dell’immane impatto di energia del nostro vivere e forse, chissà, dei nostri morti e del nostro morire.

In una parola, cerca di esprimere – più che di dire, perché dice forse più con le pause – la verità. Ma.

Nel nostro paese, dopo Pasolini, non è stata più scritta poesia civile, perché non ne abbiamo più avuto bisogno: abbiamo attraversato anni di discreto benessere economico – anzi, un dolente Ventennio di stordimento edonistico – e, soprattutto, dopo gli anni entusiasti e complessi della ricostruzione del dopoguerra, abbiamo attraversato settant’anni d’ininterrotta pace, sebbene poeti-sentinella, poeti attenti come Antonella Anedda, abbiano sempre chiamato «tregua» la nostra iniqua «pace occidentale», fondata sullo sfruttamento delle risorse di quelli che oggi abbandonano le proprie case, a rischio della propria stessa vita, per godere qui, almeno insieme a noi – o meglio, ai margini extraurbani di noi – di quanto abbiamo loro depredato.

La reazione dell’Occidente benestante è stata cominciare immediatamente a lamentarsi d’essere povero anch’esso, di non avere le forze economiche per accogliere quelli che ha ridotto alla fame – o dei quali ha finanziato le guerre. Il neoliberismo ha fatto saltare i parametri del bene e del male, la possibilità che un bianco che alla sera chiude a doppia mandata la porta di casa riesca a (o voglia) identificarsi con un nero che vive per strada tra l’immondizia e a rischio continuo di subire – o compiere, come dargli torto? – violenza.

Come possono tacere, i poeti, di tutto questo?

In questo clima la poesia diventa indispensabile.

La poesia dovrebbe rimanere in piedi come una sentinella nel deserto umano, a ricordare il mondo prima della ferita, il mondo prima della separazione. Ciascuno può dare il nome che vuole a quella memoria di una felicità, primaria e perduta: Traströmer lo chiama «lingua invisibile», Tolstoj – letto da Wilfred Bion – «mondo protoverbale», Baudelaire correspondences, Neruda immagina Whitman galoppare nell’alfalfa cogliendo papaveri per il futuro, Dante lo chiama «Paradiso», o un intelligente riverbero del mondo fusionale amniotico. Non importa il nome, importa che tutti abbiamo la memoria di un tempo nel quale siamo stati felici, il ricordo della gioia, di un antico, bellissimo, dantesco «Intelletto d’Amore», quando il mondo ci pareva solo quello che è: uno spettacolo commovente, dove noi siamo una fondamentale, ma irrisoria, particella viva.

Nei paesi arabi, in Africa, nell’Europa dell’Est, fra gli Armeni, la poesia ha sempre continuato a parlare di cose concrete e ha parlato da vicino agli esseri umani, rivelandone e incoraggiandone sentimenti, desideri, diritti: negli altri paesi la poesia continua a essere il controcanto solido al dolore delle persecuzioni, della fame, delle guerre, delle oppressioni, mentre i poeti dell’Occidente si sono ripiegati sulla fluida materia sentimentale o hanno applicato le proprie intelligenze alla ricerca sulla lingua.

Poi una mattina vado al mercato e scopro che nel gergo popolare ha fatto il suo ingresso l’invettiva di nuovo conio «vammorìammare», variante del più generico invito «vammorìammazzato».

La mala esortazione viene scagliata da un verduraio anziano all’indirizzo di un ragazzino nero. Il verduraio che prescrive la morte al ragazzino non è mosso da quella che, pur superficialmente, legittimeremmo, rubricandola alla voce «guerra fra poveri»: il commerciante possiede uno dei banchi più voluminosi del mercato dell'Alberone, fa pagare 4 euro un sacchetto di puntarelle «capate».

La sua è pura irrazionalità ventriloqua, sono stragi in diretta televisiva che diventano modi di dire, orrori assunti come esortazioni.

Ma le parole formano i pensieri. E i pensieri formano le azioni.

Ancora. Un pomeriggio suona alla porta di casa un venditore dello storico aspirapolvere «Folletto». Rispondo che «Grazie no» e lo sento replicare, scendendo le scale: «Madonna che puzza dentro ‘sto palazzo. Ma che, ce stanno i negri?»

Così, confermo l’urgenza di un argine, confermo che non è più tempo di arte per l’arte, ma che è tornato il tempo di una poesia che si faccia pieno carico della realtà, che prenda la parola a nome di chi non ha voce, senza impantanarsi nel dilemma sterile del diritto che hanno i poeti – che comunque sono e restano un io biografico, nonché biologico – di pronunciare un «noi» senza peccare di arroganza. Ognuno sta trovando la propria soluzione: ci sono quelli che costruiscono sistemi algebrici fatti con le parole, «false enciclopedie», nuovi modi stilistici, di intelligenza enigmistica, fluida, installativa e aliena, e luoghi carsici di distribuzione dell’opera, coi quali desiderano terremotare i palazzi dell’establishment, derivando però i loro stilemi dalle barricate anticapitaliste di culture capitaliste e colonialiste come quella francese e americana; c’è chi, come Guido Mazzoni, cambia continuamente la persona che dice io, per articolare da ovunque la sua condanna a un mondo molto dopo la perdita, dove siamo così disincantati che l’orrore non ci fa più orrore (vammorìammare) e si maschera con la maschera del grande padre Stevens per cantare; c’è chi parla di sé scarnificandosi fino allo stato di emblema del genere umano, come Antonella Anedda, che arriva a pronunciare la «letizia dei santi», giunta a strappi nel luogo dove non importa più quello che Mariangela Gualtieri identifica come radice del male: la pretesa di essere amati.

Anche i nostri poeti, oggi più che mai, sono in grado di ricordare al mondo cosa ci rende felici e dunque umani. Le due cose sono strettamente connesse: più siamo felici, più siamo disponibili, più siamo felici... Il solo modo di essere felici è sentirsi parte di una comunità affettiva, avere oltrepassato la solitudine nella quale ci getta l’abbandono che avviene col nascere. E, più siamo felici, più comprendiamo che il nostro compito è formare un controcanto collettivo alla paura e all'odio – e che abbiamo il dovere politico della speranza e della fiducia. Con gli occhi aperti. È necessario che i poeti continuino a leggere in profondità il narcisismo e l’isolamento di questo Occidente in agonia, ma è necessario anche che comprendano e credano che la loro poesia può contribuire a formare la coscienza dell’opposizione, ovvero la radicale, elementare e giusta accoglienza umana.

È chiaro che, quando si afferma che la poesia non influenza la politica, si pensa alla politica dei vertici. Ma la poesia può cambiare le vite che formano la società: porta a porta, lettore a lettore, ascoltatore ad ascoltatore. Rimpiazzando magari il cinismo col senso etico, individuo per individuo.

Rimane comunque lontanissima da me la pratica di smontaggio del giocattolo della poesia, non amo teorizzare metodi e tanto meno proporli come unica scrittura auspicabile e possibile. Ognuno di noi si comporta, con gli oggetti che ricadono nel suo interesse (poesia inclusa), a seconda di quello che è. Il mondo che vediamo – e successivamente eleviamo a teoria – è lo specchio di quelli che siamo.

E io sono una che ritiene che cristallizzarsi o agglomerarsi intorno a un’idea di metodo sia un pericolo per la creatività e la ricerca, che deve necessariamente essere rischiata da ciascuno. Alla prima persona. Io stessa potrei cambiare idea su tutto quanto ho dichiarato, poiché ritengo la poesia uno spazio di vera e gioiosa “libertà militante”.

Scrivere poesie è un privilegio troppo grande, per guastarlo coi regolamenti. Credo che ognuno debba concedere a sé stesso e agli altri di provare ogni volta  l'entusiasmo, il trauma e la gioia ineguagliabile della parola, che seguiamo da vivi, a bocca aperta, per scoprire quello che non sappiamo, i luoghi fuori dalla giurisdizione conosciuta, dove non siamo mai stati. 

Emily Dickinson (7Corriere, 27.6.19)

Emily Dickinson è un pianeta, una nave che solca l'orizzonte e scompare (7Corriere, 27 giugno 2019)

  • Emily Dickinson è un pianeta.
  • Un pianeta che barbaglia nello spazio e scompare.
  • Emily Dickinson è una nave.
  • Una nave maestosa, illuminata di luce propria, che solca l’orizzonte e scompare.
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  • E questo scomparire lascia un segno indelebile in chi osserva, l’impressione di aver visto qualcosa di oltreumano, di aver avuto contatto con un mondo che precede il mondo.
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  • Eppure, la traccia è fatta solo di parole. La lampada che Dickinson accende è fatta solo di parole. Poche parole, semplici, quotidiane: che dicono dell’erba, del mare, delle api, dell’amore degli uomini e di una loro assenza così profonda da portare al centro della presenza. Quando si tocca un’assenza assoluta, l’assenza si rovescia nel suo contrario, nell’abilità di colmare il vuoto con una presenza inconsumabile, alla quale diamo, a volte, un nome maiuscolo.
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  • Le parole di Emily Dickinson sono così vuote da traboccare.
  • Le parole di Emily Dickinson sono magneti.
  • Parole-calamita, che fanno vivere anche il bianco della pagina e raccolgono dall’aria delle nostre stanze le particelle d’anima che, senza accorgercene, perdiamo tutti i giorni, come senza dolore perdiamo cellule epiteliali, su ogni superficie sfiorata.
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  • La poesia di Dickinson raduna le particole della nostra anima disperse nell’aria. E le riattiva, le rimette in moto.
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  • Lei fa esattamente quello che suggerisce di fare, coincide al millimetro con la propria poetica: «Accendere una lampada e sparire – / Questo fanno i poeti –».
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  • Dice benissimo di lei l’ardito e “comunicativo” poeta newyorkese Billy Collins che, in Spogliando Emily Dickinson, immagina di fare proprio quello che suggerisce il titolo della poesia: liberare lentamente il corpo di Emily dai vestiti, spingere il pensiero nell’impensabile, per poi trovare, alla fine dell’esperienza-Dickinson, l’occhio giallo di un fucile puntato.
  • Perché le parole di questa signorinella in crinolina bianca sono pallottole.
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  • La poesia non è roba per signorine, lo sappiamo da sempre. Tanto meno la poesia di Emily Dickinson. Così Collins, negli anni Duemila, può riutilizzare nei propri versi gli inconsumabili versi di Dickinson: «La Speranza è quella cosa piumata», «E poi un’Asse nella Ragione, si spezzò» e, infine: «La mia vita era stata un fucile carico».
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  • Proprio a causa della ritrosia ribelle della poesia dickinsoniana, non ho particolarmente amato la resa cinematografica della sua vita da parte del regista Terence Davies, che ha condito la selvatichezza di Dickinson con un’incessante infelicità nervosa, crisi d’incertezza e insoddisfazione di sé. Una donna come quella descritta da Davies non avrebbe scritto inni alla vita di potenza esplosiva come quelli che ha invece scritto la vera Emily. Non è infatti l’insoddisfazione, che spinge Emily Dickinson a nascondere agli occhi del mondo la propria opera, è un «imperdonabile» (per dirla con Cristina Campo) sprezzo del “mondo mondano”.
  •  
  • Il corpo intero delle poesie di Dickinson, composto da 1775 testi, viene scoperto dalla sorella una settimana dopo la morte di Emily: sono versi scritti su foglietti, margini e frammenti di carta, come appunti di folgorazioni che la coglievano ovunque si trovasse. Emily li aveva conservati in un raccoglitore in legno di ciliegio. Una donna frustrata e nevrastenica avrebbe sventolato sotto il naso dei suoi contemporanei ogni verso stillato dalla propria penna.
  •  
  • L’eccezionalità di Emily non va confusa con quella, più stizzita, di Victoria Aganoor, italiana di origine armena, di vent’anni più giovane di Dickinson e anch’essa poetessa, ma col “difetto” della perfezione. Aganoor, dopo aver conosciuto la dolcezza del canto, ha conosciuto il sentimento della perdita, proprio come Dickinson. Ma Dickinson si lascia essere imperfetta, aderisce all’umana imperfezione con tutta sé stessa e canta l’amore con un’appassionata blasfemia: «poiché tu hai saturato la mia vista / e io non ho avuto più occhi / per una perfezione così squallida / come è il Paradiso».
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  • Anche i suoi trattini – come api che ronzano in mezzo ai versi – sono pause impure, estorte al silenzio. Sono l’invenzione di un “quasi” silenzio. Eppure sono nitidissimi, precisi come piccole lame, o pungiglioni.
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  • Dentro lei c’è una forza selvaggia e indomabile, come afferma chiunque l’abbia incontrata, un fervore, che emerge chiarissimo da quello che lei stessa scrive di sé lettrice di poesia: «se leggo un libro e mi sento gelare in tutto il corpo così che nessun fuoco mi può scaldare, allora so che quella è poesia». E, in effetti, non esistono altri criteri che quelli fisici, per constatare la presenza o meno della forza perturbante e misteriosa che chiamiamo poesia.
  •  
  • Emily non tocca niente e nessuno, eppure conosce profondamente il mondo, scrive parole di comprensione integrale per i morti di tutte le guerre, che vengono citate nel Giovane Holden da Salinger e preferite di gran lunga all’inneggiare patriottico delle poesie di Rupert Brook. Dickinson annulla il trito concetto di Patria per sostituirlo con quello di Mondo, di Umanità aperta. Il suo immaginare è eresia, libertà di pensiero, impossibilità di piegarsi alla norma puritana.
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  • Dal suo angolo di mondo, attraverso l’esercizio incessante della scrittura, Dickinson arriva a conoscere il mondo per noi, meglio di noi che lo affrontiamo nel quotidiano faccia a faccia: da quella prospettiva e da quella prescelta lontananza, lei è capace di vedere le cose nella loro interezza, di captare anche la parte invisibile del «reale», nel quale ci dibattiamo. Dickinson lascia un utilissimo corpus poetico, che lei stessa chiama «la mia lettera al mondo», il suo messaggio consegnato «a mani per me invisibili» e che oggi sono le nostre.
  •  
  • Emily ha scoperto un tesoro, che ancora oggi ci consegna intero: la semplice felicità di rimanere in sé e – da quel punto di vista non comune – irradiare sul mondo. Ma piano, al momento giusto, se arriva a scrivere (e a te, Emily, come a un’amica di tutta la vita, lascio l’ultima, folgorante parola): «La verità deve abbagliare gradualmente / O tutti sarebbero ciechi». 

Canto bosniaco o Della maldicenza

REFEST
Images and Words on refugees routes 

Passaggi Festival (Fano), Urban (Sarajevo), Organ Vida (Zagabria) e Fondazione Montemadrid (Madrid)

estratto dal reportage

Sarajevo - Derventa - Tuzla: viaggio in una guerra non finita

primo videoreportage del viaggio a Sarajevo. sembra passato tanto tempo, la guerra dei Balcani sembra lontana. invece, quando viene diviso uomo da uomo, le conseguenze sono permanenti

guarda in "Corriere TV" 9 aprile 2018

THE INFINITE HOUSES

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Derventa

Sarajevo

  • Canto bosniaco o Della maldicenza
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  • Dragan e io eravamo fratelli
  • e ci hanno messi uno contro l’altro.
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  • Spesso nei fine settimana io, mia moglie e la piccola Ana mangiavamo a casa sua, perché sua moglie Amina sapeva fare il ćevapčići di montone meglio della mia.
  • La mia Sofija faceva finta di sorridere, ma ogni sabato pomeriggio si tirava il grembiule sui fianchi come una cotta da guerra e ricopriva le baklava con tanto miele e pistacchi da sfamare un esercito.
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  • Secondo me il ćevapčići di Amina era così saporito perché metteva nella salsa i peperoni rossi che Dragan coltivava nella serra. Ma noi maschi sappiamo approfittare dei bisticci delle donne. Le femmine trovano sempre scuse per offendersi, ma sotto sotto non possono fare a meno una dell’altra. E a noi ci piacciono, così infiammate.
  • Le lasciavamo beccarsi in silenzio e ogni sabato sera ci godevamo una cena da papi. Da sultani, mi dava di gomito Dragan...
  •  
  • Poi, iniziarono a circolare voci: Guardatevi le spalle, i musulmani sono traditori e bugiardi, vogliono rubarvi in casa – e, sempre peggio – vogliono ammazzarvi i figli! Non hanno scrupoli, sono i nostri nemici.
  • A loro dicevano lo stesso di noi.
  • Ci vuole poco, a dividere uomo da uomo. Basta il sospetto.
  • Cominciamo a studiarci da lontano, a pesare ogni gesto.
  • Ognuno vedeva quello che temeva di vedere.
  • Iniziamo a trovare scuse per il sabato sera, a sorriderci meno, quando ci incontriamo sul sentiero. E per forza, abitiamo vicini. Solleviamo la mano e tiriamo dritti quasi correndo, neanche ci stesse bruciando la casa.
  • È il cuore che ci brucia, a vederci così. E allora, facciamo il giro largo e non c’incontriamo più.
  •  
  • La mia piccola Ana è la mia gioia. Alla sera, chiudo bene le imposte. Sofija controlla tutte le serrature. Che ci possiamo fare, questa è la vita. Un sospiro e ci addormentiamo.  
  • Ci continuano a dire state attenti, ci imbevono d’odio e di paura come Sofija le sue baklava al miele. Tutti i giorni, tutti i giorni. Siamo appiccicosi di paura.
  •  
  • Un altro mese e comincio a tenere la pistola sotto il cuscino, non si sa mai.
  • Dragan, se lo vedo al mercato del paese, ormai neanche lo saluto più. Meglio così.
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  • Una mattina presto, era d’estate e il sole già bruciava, stavo tagliando il grano e lo vedo passare tra i girasoli e andare dritto verso casa mia.
  • Ha messo la camicia, con il caldo che fa.
  • Lo vedo che si affaccia alla finestra della cucina e s’infila una mano nella tasca di dietro dei calzoni.
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  • Lo ha raccolto Sofija, che l'ha visto sparire dal quadrato di luce della finestra ed è uscita a guardare. Dice che aveva un accendino in mano e la faccia di uno che non capisce.
  • Aveva iniziato a fumare. Io che colpa ne ho, non lo sapevo.
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  • Roma, 6 febbraio 2018

Bosnia: le case infinite ("ilReportage" n. 35)

il Reportage” n. 35, luglio 2018

La Bosnia somiglia all’Italia del dopoguerra. Ma più deserta. Scavalcata l’impressione visiva, parlando con gli abitanti, comincia la conta delle differenze. Nel numero di due.

Prima: la Bosnia vive il disagio del dopoguerra mentre si trova incastonata in un’Europa capitalista, che la soffoca – anzi, in quello che per le società del cosiddetto benessere è ormai post-capitalismo. Questo dopoguerra non è quello di un corpo collettivo che si rialza e si scrolla di dosso la polvere delle macerie, pronto a ricostruire un’economia ferita. Possiamo rappresentare il dopoguerra bosniaco come un corpo vestito dai panni allegri, cupi e duri della società agricola socialista, che sia stato precipitato nell’angoscioso individualismo neoliberista, fatto di molte disperate solitudini costrette a desiderare di venire incluse nel ciclo del consumo che, fino a pochi anni fa, non sapevano neanche esistesse. La macchina a vent’anni, per intenderci. Per inseguire questo solitario e sovradimensionato riscatto, i giovani bosniaci si stanno preparando a migrare in massa verso il Nord Europa.

Seconda differenza: usciti tra gli ultimi dal socialismo, i bosniaci hanno il ricordo recente dei diritti sociali elementari che il socialismo garantiva, primo fra tutti il lavoro. I maggiorenni si sentono umiliati dall’ozio imposto dalla disoccupazione, che li costringe a coabitazioni forzate con genitori che, alla loro età, avevano intrapreso da un pezzo il giusto percorso di emancipazione e indipendenza. I giovani bosniaci del 2018 sono bruciati dall’ansia della brevità della vita.  

Ma la solitudine sociale è il terreno dell’odio. E l’odio è il terreno del fascismo. E il fascismo è il terreno della guerra. O della rinuncia.

Questo è il racconto di quattro giorni di attraversamento del territorio bosniaco.

[...]

Picchiata dal fidanzato. Immobili i passanti (CorSera Roma, 14.5.18)

"Corriere della Sera - Roma" 14 maggio 2018

Picchiata dal fidanzato. I passanti fermi come davanti a uno schermo

Ore 19 di una sera qualunque all’Appio Tuscolano. Lavoro alla recensione di un libro, seduta nel mio studio al settimo piano. Le finestre sulla strada sono chiuse. Eppure, un suono buca la camera d’aria tra i vetri. Sembra un urlo di donna. Prolungato, animale. Giro gli occhi a fissare la finestra. Silenzio assoluto. Mi sarò sbagliata. Riabbasso gli occhi sulla tastiera. Un altro urlo. È davvero una voce di donna, con la corda del panico nella voce, tesa fino al punto di rottura. E stavolta non smette: “Aiuto, aiutatemi, aiuto!” La vibrazione di una paura vera, profonda, che viene dal tempo in cui eravamo prede.

Mi spavento a mia volta. Apro la finestra, mi affaccio e vedo una figura maschile che spintona una sagoma di donna. Intorno ai due, piccoli capannelli di persone. Ferme.

Lui continua a spingere, poi vedo un movimento veloce, il braccio di lui compie un arco e la figura femminile cade a terra. Tutto è fermo, tutti restano fermi. È insopportabile. È irreale. Non ho mai fatto un’ora di sport, figuriamoci se so picchiare, il mio mestiere è scrivere. Eppure, riconosco la tensione della rabbia. Adrenalina, muscoli pronti alla lotta. Non penso a chiamare la polizia, penso che questa cosa deve finire adesso. Subito. Scendo. E vedo: la ragazza seduta sull’asfalto, che piange piano e si tocca il viso, si copre con la mano l’occhio sinistro, con l’occhio sano guarda dal basso il ragazzo che incombe sopra di lei. Lei non urla più, ha nella voce lo stupore e la supplica di una bambina: “Mi hai fatto male, mi fa male, è gonfio…”  

Sento il guaito della preda che ha ceduto al morso, la lacrima della cerva che si prepara a diventare terra. Adesso è lui a urlare, a propria discolpa: “Che cazzo dici, se t’ho dato un buffetto! Alzati, andiamo!” e la strattona per il braccio per portarla con sé. Le persone intorno stanno ferme come davanti a uno schermo, come se quel che vedono non sia reale. Provo un destabilizzante sentimento di solitudine assoluta. Sono certa di provare sentimenti semplici, naturali, eppure mi sembra di agire da straniera al mondo, mentre urlo all’aggressore: “Lasciala! Lasciala stare!”. Il ragazzo, alto e robusto, si volta a guardarmi con un certo disprezzo. Insisto: “Non la toccare!”. Lui mi considera, con lo sguardo con il quale considererebbe una zanzara in una notte estiva: “Aò, ma te levi dar cazzo?”. Capisco di essere stata misurata secondo unità di misura del reale opposte alle mie. Insisto: “La devi lasciare!”. Ottengo che almeno mi urli contro, mi valuti come un avversario attendibile: “Hai rotto il cazzo. Fatti i cazzi tuoi!” Rispondo la sola cosa possibile: “Questi sono cazzi miei! Sono cazzi di tutti!” Eppure “tutti” – persone che conosco da decenni, poiché abito in questo quartiere dalla nascita – mi guardano come se mi vedessero per la prima volta. Il ragazzo continua a cercare di sollevare da terra la ragazza: “Alzati! Vieni a casa!” Lei non oppone alcuna resistenza, se non quella del peso, unito alla forza di gravità. Sembra vuota. Mi siedo accanto a lei, che comincia a piangere a dirotto, tira su col naso, vuole essere abbracciata, dice: “Mi fa male. Ce l’hai uno specchietto? Voglio vedere che m’ha fatto, quello stronzo. È gonfio?” E lui grida, rivolto alla piccola folla inerte: “E che j’ho fatto? È cascata da sola! Io j’ho dato un buffetto! Aò, io qui ce abbito da trent’anni!” Però a noi due non si avvicina più. Fino a quando? Parlo per qualche minuto con la ragazza, le presto il telefono, chiama la madre. Provo una cupa tenerezza, mista a preoccupazione e a una rabbia profonda, che da animale si è fatta sociale, cioè politica. La ragazza riesce ad alzarsi. Fino a quando? La consegno alla madre. Fino a quando? Mi alzo anch’io, raggiungo lui, pretendo di spiegargli che il suo comportamento è sbagliato, è pericoloso. Ci urliamo contro un dialogo in due lingue sconosciute. Una donna finalmente agisce: “Chiamo la polizia”. Io qui ho finito. Mentre mi avvicino al portone, sento un ultimo commento, alle mie spalle: “Ma dai, era una cosa fra ragazzi…” 

articolo ripreso da "Huffington Post", da Francesco Loiacono per "fanpage.it" e da Kati Irrente in "NanoPress"

Stranieri. Cosa possono fare i poeti? (VersanteRipido, 1.5.18)

STRANIERI – cosa possono fare i poeti?
Editoriale in "Versante Ripido" 1 maggio 2018

I poeti, a mio parere, possono e devono smetterla di fare l’arte per l’arte, non è più tempo: il mondo chiama, la realtà s’impone. La geografia del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi e la poesia deve cambiare di conseguenza. Sul concetto di “straniero”, “estraneo”, “diverso”, la prima e la terza delle poesie che vi propongo risponderanno meglio di qualunque mia prosa.

Approfitto di questa prima affermazione per affermare un secondo pensiero, che può sembrare una provocazione, ma non lo è: la poesia si capisce meglio della prosa, al contrario di quello che si pensa, perché ci raggiunge più immediatamente e più in profondità, adopera nello stesso tempo molti canali di comunicazione: la musica, il rapimento emotivo e, insieme, il lusso di una doppia intelligenza, etimologica e dotta insieme.

I poeti producono questo effetto multiplo avvalendosi del silenzio e dei salti logici, mentre la prosa, per come comunemente la intendiamo, non suggestiona ma racconta, dunque lavora sulla conseguenzialità del pensiero e del pensiero sintattico. Il pensiero poetico, anche quello espresso in forma argomentativa filosofica, è comunque pensiero cantato e circondato da un luogo muto, l’aria messa nel bianco intorno alle parole.

Se è vero che i poeti sono creature sensibili, al mondo contemporaneo non basta che dedichino la propria sensibilità esclusivamente alla lingua – non basta che siano i custodi dell’identità linguistica del paese, anche perché l’identità linguistica del paese è prossima a cambiare: secondo i demografi, alla fine del Secolo Ventunesimo tutto il mondo sarà abitato da cittadini creoli, proprio come avvenne nell’Alto Medioevo, l’epoca “devastata dai barbari”, dalla quale, però, è nata l’Europa.

Ora siamo in un nuovo mutamento epocale e sarebbe utilissimo al mondo se tutti ci mostrassimo disponibili a formare una coscienza mondialista, se ci preparassimo con serenità al meticciato, della lingua e del sangue (ammesso che tra lingua e sangue ci sia differenza).

Mescolarsi non significa perdere la propria identità, significa aumentarla, aggiungere qualcosa a quello che già si è, come avviene ogni volta che si impara.

Riporto, a questo proposito, le parole della scrittrice somalo-italiana Ùbax Cristina Àli Fàrah che, nella sua breve introduzione ai propri testi, descrive con parole illuminanti la confluenza di esperienza e suono nella lingua adottata, l’italiano:

“Scrivere e utilizzare l'italiano nel tentativo di conciliare un linguaggio solamente  letto con le sonorità e le strutture del somalo, è stato un reiventarmi un mondo al quale sentivo finalmente di appartenere, un riappropriarmi di tutto ciò che nella realtà non poteva coesistere…”

Far confluire in sé i molti aspetti della propria vita, dunque, attraverso la scelta della lingua nella quale scrivere. Un’operazione che ha a che fare con la cosiddetta realtà e con la nostra propria biologia.

E infine: in quanto partecipante al progetto “La Frontiera”, ideato da Elena Stancanelli e Alessandro Leogrande, e come componente dell’Associazione “Piccoli Maestri” (lettori volontari di libri altrui nelle scuole), ho posto alla linguista Valeria Della Valle una domanda a proposito della prossima possibile contaminazione del nostro italiano, che provocatoriamente definivo “asfittico e letterario”, con le lingue arabe e africane – e la domanda ha indotto Della Valle a una riflessione utilissima a tutti: a parte “kebab”, tutte le parole arabe che sono entrate nel suo e nel nostro uso (“jihad”, “burqa”), sono parole negative.

Questo processo va radicalmente invertito.

da Il bene morale (Crocetti, 2017)
io cerco che la vita sia all’altezza del canto

poi, ci siamo sedute
vicine, senza spazio tra i corpi, senza rispetto
di quello che chiamate “spazio vitale”: voi, tutti, qui, occupati
a difendere l’aria, la libertà, a dimenticare
l’umano che cerca la vicinanza
come un bambino
 
poi, ci siamo sedute
sul marciapiede
e abbiamo fatto un pezzo di Somalia
– montuoso, ondulato, colorato,
sconnesso
e fermo – un pezzo di fusione
di nove corpi
neri
in terra straniera
 
ci hanno dato qualcosa, dei fazzolettini. una prima accoglienza. sandali, infradito e marciapiede. solo una di noi
sta di profilo, parla, fa sorridere
un’altra
 
la riga bianca del sorriso. poi, il bagliore di un occhio, due, la postura scomposta di una: forse
la più stanca, forse
la più sfacciata. o è la stanchezza, a renderla sfacciata. però, quasi sorride.
 
siamo righe di sabbia
incomprensibile. eppure
basta poco, a conoscere, basta
identificarsi
 
anche la donna
che scrive di noi, lo vedete, sta dando per scontato
che le straniere
siamo noi.
eppure…
eppure…
 
Roma, 19 settembre 2016

queste mani tenevano la loro creatura sopra l’indifferenziato del mare

Secondo il più recente rilevamento sugli arrivi via mare in Europa, reso noto dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), il numero di rifugiati e migranti che, dall'inizio del 2016, ha attraversato il Mar Mediterraneo per sbarcare in Europa ha ormai raggiunto quota 288.005. Tra questi, 121.155 sono arrivati in Italia e circa 164.146 in Grecia. Il numero di morti e dispersi in mare è stimato in 3.171. I dati sono aggiornati al 4 settembre 2016.

Un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo. Il suo compito è mantenere la memoria della comunità umana. Il suo compito è ricordare la grandezza possibile della nostra persona. "Quando entrano in gioco le pulsioni di auto-conservazione dell'io, il principio del piacere viene sostituito dal principio della realtà. Quest'ultimo […] mette in atto la temporanea sopportazione del dispiacere, come tappa nel lungo e contorto cammino verso il piacere." (Freud) Il temporaneo dispiacere è vedere le cose come stanno, cioè che siamo creature sofferenti, crudeli e sole in misura variabile. Il massimo piacere, l’utopia del piacere, è la circolazione fluida dell’amore umano. Per ciò abbiamo inventato il paradiso.

Dato l’assunto che il poeta conservi in sé la memoria e lo slancio sufficienti per risuscitare anche negli animi più disillusi e oppressi il desiderio e il coraggio di sperare in una “comunità umana”, possiamo dire che la poesia risusciti l’utopia del piacere. E che, per ciò, sia la spina nel fianco, che ci ricorda come vorremmo che le cose fossero. Oltre il più quotidiano disincanto. Per ciò viene pensata tanto distante dalla faccenda umana: guardata con sospetto e rifiutata, perché riguarda il nostro sogno più alto e troppo pericolosamente amato, è il “seme fecondo e disperato” di De Angelis, incarna la nostra paura di illuderci come bambini. Per fortuna i poeti sono vivi, abitualmente adulti, e fanno le cose.

Questa excusatio non petita mi pare una premessa doverosa, che, mentre cerca di oltrepassarlo, documenta l’imbarazzo di chi scrive, di fronte ai risultati della crudeltà umana. Provo molto imbarazzo a fare poesia su tutte queste creature prese dal mare per colpa della parte peggiore dell’umanità, che è quella che osservo e ripudio. In primo luogo, dentro me stessa, quando la rintraccio: nella mia paura, nella mia volontà di prevalere, ma soprattutto nella mia indifferenza.

E allora, mi domando: dalle sponde di questo morto occidente, sotto la più leggibile paura, sale forse un rancore nostro, nei confronti di chi coltiva un sogno?

davanti al mare è questo orfanotrofio 
senza utopia, la forza armata
di questa inespugnabile infelicità
che non ha più nessuno da aspettare
e invidia la vita
 
siamo noi gli ignavi, abbiamo vite
armate
per non riconoscere la nostra paura nella paura
degli altri, il nostro
respiro nel respiro
degli altri – il singolo respiro
nella massa di quel respiro umano che si gonfia e non basta
a fermare l’ondata
 
immagina che sia tua
la vita che chiede asilo
 
immaginiamo che sia nostra
la disperata utopia
di questo gigantesco
voler rinascere
 
immaginiamo siano i nostri corpi
questi corpi lasciati
a cadere nell’indifferenziato come orfani
 
l’assoluto abbandono della nascita di un orfano è senz’altro paragonabile all’abbandono nel quale è gettata ognuna di queste vite
che chiede di rinascere
 
quando sono i figli a morire, non esiste nemmeno la parola per dirlo. anche la liturgia, in quei rari, emblematici casi, si avvale di perifrasi : O Maria cum filio tuo mortuo…
 
biancore sovraumano di legno morto
– figlio mio
fatto di carne
umana
combustibile,
marcescibile
figlio mio
 
nel bruciare
del sale, riconosco il tuo odore di selva
e di laboratorio solare, quel profumo sensibile di pelle fresca e cotone
lavato – poi
per un attimo, riconosco lo sguardo dei tuoi occhi
che ho portato con me, in questa vita
che non arriva più
 
Roma, 24 giugno 2016 (in “Poesia” n. 319, Ottobre 2016)

Canto bosniaco o Della maldicenza
[in SARAJEVO – DERVENTA – TUZLA: viaggio in una guerra non finita, “CorriereTV” 9.4.18]
 
Dragan e io eravamo fratelli
e ci hanno messi uno contro l’altro.
 
Spesso nei fine settimana io, mia moglie e la piccola Ana mangiavamo a casa sua, perché sua moglie Amina sapeva fare il ćevapčići di montone meglio della mia.
 
La mia Sofija faceva finta di sorridere, ma ogni sabato pomeriggio si tirava il grembiule sui fianchi come una cotta da guerra e ricopriva le baklava con tanto miele e pistacchi da sfamare un esercito.
 
Secondo me il ćevapčići di Amina era così saporito perché metteva nella salsa i peperoni rossi che Dragan coltivava nella serra. Ma noi maschi sappiamo approfittare dei bisticci delle donne. Le femmine trovano sempre scuse per offendersi, ma sotto sotto non possono fare a meno una dell’altra. E a noi ci piacciono, così infiammate.
 
Le lasciavamo beccarsi in silenzio e ogni sabato sera ci godevamo una cena da papi. Da sultani, mi dava di gomito Dragan...
 
Poi, iniziarono a circolare voci: Guardatevi le spalle, i musulmani sono traditori e bugiardi, vogliono rubarvi in casa – e, sempre peggio – vogliono ammazzarvi i figli! Non hanno scrupoli, sono i nostri nemici.
 
A loro dicevano lo stesso di noi.
Ci vuole poco, a dividere uomo da uomo. Basta il sospetto.
Cominciamo a studiarci da lontano, a pesare ogni gesto.
Ognuno vedeva quello che temeva di vedere.
 
Iniziamo a trovare scuse per il sabato sera, a sorriderci meno, quando ci incontriamo sul sentiero. E per forza, abitiamo vicini. Solleviamo la mano e tiriamo dritti quasi correndo, neanche ci stesse bruciando la casa.
 
È il cuore che ci brucia, a vederci così. E allora, facciamo il giro largo e non c’incontriamo più.
 
La mia piccola Ana è la mia gioia. Alla sera, chiudo bene le imposte. Sofija controlla tutte le serrature. Che ci possiamo fare, questa è la vita. Un sospiro e ci addormentiamo. 
 
Ci continuano a dire state attenti, ci imbevono d’odio e di paura come Sofija le sue baklava al miele. Tutti i giorni, tutti i giorni. Siamo appiccicosi di paura.
 
Un altro mese e comincio a tenere la pistola sotto il cuscino, non si sa mai.
Dragan, se lo vedo al mercato del paese, ormai neanche lo saluto più. Meglio così.
 
Una mattina presto, era d’estate e il sole già bruciava, stavo tagliando il grano e lo vedo passare tra i girasoli e andare dritto verso casa mia.
Ha messo la camicia, con il caldo che fa.
Lo vedo che si affaccia alla finestra della cucina e s’infila una mano nella tasca di dietro dei calzoni.
Lo ha raccolto Sofija, che l’ha visto sparire dal quadrato di luce della finestra ed è uscita a guardare. Dice che aveva un accendino in mano e la faccia di uno che non capisce.
Aveva iniziato a fumare. Io che colpa ne ho, non lo sapevo.

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