carceri e DSM

La poesia va in carcere (Rai Letteratura, 25.5.13)

"Nell'agosto dello scorso anno sono stata invitata a Regina Coeli per fare una lezione di poesia". La poetessa Maria Grazia Calandrone racconta a Rai Letteratura la sua esperienza all'interno del noto carcere romano: un ciclo di letture e conversazioni nel più classico dei luoghi di restrizione organizzato dai volontari dell'associazione A Roma, insieme. "Mi sono trovata in questa sala piena di "cattivi ragazzi", tutti uomini e sono stata aggredita in qualche modo dal loro bisogno di raccontare", continua. I versi di Caproni, Celan, Mandel’stam, Sereni ma soprattutto i testi dei detenuti.  Le parole tornano ad avere il gusto dolceamaro della salvezza.

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carcere minorile Casal del Marmo (CorSera.it, 23.7.14)

"PENSAVO A TE CON IL MONDO IN MANO" - POESIA (E RAP) IN UN CARCERE MINORILE

leggi in "Corriere della Sera" del 23 luglio 2014

La prima cosa che vedo, nella feritoia della pesante porta gialla, sono gli occhi, liquidi e neri come due bolle lucide di petrolio nel viso largo. E un’acconciatura alta, da regina rasta. Entro nel piccolo ingresso. Un’altra ragazzina, col ciuffo biondo a schiaffo, che sembra un fanciulletto duro, da vicolo, chiede fra i denti alla custode, dopo avermi squadrata: “E questa chi sarebbe?” “Una scrittrice”, risponde la custode “Sticazzi”, fa lei. Sorrido divertita.

Entro nella stanza in fondo al corridoio. Tiriamo giù le sedie e le mettiamo in cerchio intorno a un grande tavolo. Altre ragazze arrivano alla spicciolata. Due siedono vicine vicine, altre due si provocano, si spingono continuamente e si schiaffeggiano la nuca ridendo. C’è un nucleo ben affiatato, con un codice noto e una complicità energica, brusca e radiosa. Alcune hanno le cuffiette dell’iPod affondate nei condotti uditivi e ondeggiano la testa a un ritmo che sanno solo loro.

Una volta sedute, siamo una quindicina. Facce di pane crudo e facce bruciate, dagli zigomi ampi. Facce che, viste in metro, mi spingerebbero a controllare se portafogli e cellulare siano ancora miei. E il magico lasciapassare della poesia fa sì che noi parliamo, faccia a faccia. Occorre tempo per parlarci da creatura a creatura. Anche loro diffidano di me. Sono qui perché sono costrette, non fanno affidamento su un diversivo detto poesia. Mi studiano e a me sembra di vedermi come mi vedono quegli occhi che la sanno lunga: una signora in jeans e maglietta, ancora abbastanza in forza per picchiarle con lo zainetto. Non ancora una vittima. Occhi ironici, da sfacciata presa per i fondelli. Non smetto di sorridere. Questo contatto improbabile mi dà una leggera euforia.

Una neonata passa di braccia in braccia o fila a quattro zampe sotto il tavolo, prendendo sonore testate su ogni possibile superficie. E loro ridono, la bella madre ride. E io, dentro di me, rido di me.

Proprio accanto, mi siede una bambina, sottile come un furetto, piegata in due sulla sedia dura, con una banda di lucidi capelli neri che le copre la faccia. Non parla italiano, non capisce una parola di quel che diciamo. Mi guarda da sotto in su tra i capelli e la risposta istintiva del corpo (mio, femminile) è vieni qua che ti abbraccio. Resto immobile.

Cominciamo dai nomi, che sono nomi bellissimi. Secondo giro: da dove veniamo. Piccoli pezzi di vita, squarci di luce fra le reticenze.

Terzo giro, andiamo al sodo: distribuiti i testi, si legge. Pochissime di loro sono scolarizzate, alcune non sanno leggere e scrivere. Leggo io, ad alta voce: il Notturno di Alcmane. Perché è da lì che ho cominciato io, alla loro età, a voler abitare in quel mondo formato di musica formata di parole. Il Notturno è una poesia liminare, poco insidiosa, dalla doppia faccia: permette di parlare di sentimenti, ma anche solo della visione di una terra notturna, con i monti, le valli, le serpi, le api e i cupi mostri marini addormentati. Filo a piombo gettato nella loro possibilità di venire in contatto con l’altro mondo: quello di dentro, quello che nei poeti è radiazione di tutta la realtà.

Come faccio sempre, chiedo loro il regalo del coro: “chi sa leggere mi fa suonare questa poesia?” questa musica che, se pure in traduzione, viene da tanto lontano. Ecco tutto quel tempo contratto in un punto visibile dalle parole. Ecco l’insieme umano. La valle greca viene riformata, parola per parola, dalla voce umana.

Ora che abbiamo visto, possiamo cominciare a dire in prima persona. Chi sono i mostri. Quelli del mare. E il poeta come fa a vederli? Li immagina. E allora dove abitano i mostri? Nella sua fantasia. E voi, li immaginate? Qualche volta. E come sono? È ora di merenda. Allentano la presa.

La ragazza è alta e grande. Tira su il mento, si fa di un’altra spanna più alta di me: “Che, vòi un pezzo de pizza?” “Eccertochessì”, le rispondo. Naturalmente spezza co le mano. Il pane è stato offerto ed è stato ricevuto. È come fossi entrata in quel momento. Fine dei convenevoli. Ecco la timidezza, la rabbia, i tremori, l’ironia. Ecco che chi taceva adesso parla.

Ecco che le mani delle cinque ragazze che sanno scrivere lavorano febbrili sui fogli che ho portato. Scrivono i loro testi. Tutte poesie d’amore. Alcuni versi sono vera voce. Tutte hanno cominciato a scrivere qui. È una conferma: la poesia è un richiamo, una dedica, un ponte di parole gettato sopra ogni distanza. Per far zampillare il sangue bianco della poesia servono la distanza e l’abbandono. Altrimenti, si sta nel sangue caldo della vita, buono o cattivo che sia.

È il momento, circola calore. Saggiamo la distanza della morte, osiamo affondare nella separazione massima e irreversibile: quando leggiamo L’uscita mattutina di Caproni, quella mamma, leggera come un soffio, che attraversa l’alba lasciando un luminoso suono di tacchi, passa davanti a noi, da un angolo a destra del soffitto scende le scale fino al nostro tavolo. Vedete? – dico – come Annina è fatta di parole e perciò è immortale. Il maschietto dei vicoli si tortura le cosce con le mani e trema. Dice “Non mi piace”. Dico “Perché?”. Dice “Non vedo niente”. Allora scrivi, così vediamo noi quello che scrivi tu. Lei comincia così: “Pensavo a te con il mondo in mano”. E io, che posso dire? Prendo il foglio, chiedo se posso e cominciamo a leggere a voce alta i lavori di tutte. Sono contente, sono emozionate. Sono contenta, sono emozionata. In realtà, loro sono stupite. In realtà, io sono grata.

Dopo una resistenza sempre meno vistosa anche la ragazza che mi ha offerto la pizza si decide a cantare il suo rap. Davanti alle compagne, per la prima volta. Parla di loro, canta a nome di tutte, racconta della loro condizione in carcere, della durezza alla quale sono costrette per non lasciare spazio a ulteriori ferite. Ci tengo a dirglielo: questa è la tua funzione, dire per tutte. E tutte si riconoscono in quel che ha scritto M. Il suo iPod, mi dice, trasmette di continuo Marrakesh. È il suo modello e il suo maestro.

A questo punto, è giusto, mi chiedono di leggere qualcosa di mio. Non ce l’ho. Scrivo qualche verso che mi ricordo. “Beh, sei anche un po’ brava”, fa la regina e aggiunge “e anche un po’ simpatica”. Sì. Tanto etimologicamente simpatica che la ragazzina con gli occhi azzurri viene a sedersi accanto a me e si offre di trascrivermi il rap fuori circuito, che gira solo fra i cattivi ragazzi di Borgata Finocchio. Le brillano gli occhi, non vede l’ora. Prometto che non lo diffonderò. Ma sono certa che andrò in borgata. A vedere da dove vengono queste bambine.

Sono piccole. Sono ragazzine. Alcune sono sposate. Si vede bene com’è presto fragile la loro armatura. Tutte, come tutti, subiscono la pressione della cultura. E, come tutti, la subiscono prima di poter decidere per sé, prima di poter conoscere e dunque scegliere. Ma, più di altri, non sono spinte a conoscere altro che il loro mondo.

Il danno vero che subiscono queste ragazzine è credere di saper fare solo la cosa illegale che è stato loro insegnato a fare: ciascuna si identifica con la specializzazione (borseggio, spaccio, furto in appartamento) per la quale è stata istruita. Ma è un costume ancora pieno di scuciture. Lo dice il loro stupore sincero quando affermo che quanto scrivono è degno di essere letto. E allora chiedono se sia possibile aiutarle a sviluppare questi loro talenti. Lo chiedono con una grazia infantile, senza rabbia. Prometto di tornare. Purtroppo e per fortuna non troverò le stesse persone: questa non è una classe, molte escono e entrano di continuo dal minorile. Se sono qui, mi hanno spiegato, è perché hanno fallito i programmi di rieducazione più morbidi. Eppure. Sulla porta, ricevo due confidenze dilanianti, qualche sguardo che dopo non dimentico, un abbraccio.

Per il momento, metto semplicemente sotto gli occhi di chi vorrà leggere qualche estratto dei testi delle ragazze. Anche qui risiede la loro possibilità di fidarsi di sé, di autorizzare se stesse a sentimenti non convenzionali e ai quali non sono state allenate per tutta la loro, per fortuna ancora breve, vita di apprendiste. Anche qui risiede la parte di loro più radicale, la gioia elementare alla quale hanno, ovviamente, diritto:

“pensavo a te con il mondo in mano” (F)

“noi qua dentro soffriamo ma non lo mostriamo perché qua dentro devi dimostrare che sei forte perché se ti metti a piangere tutti ti dicono fra’ ma frigni come una femmina dai fra’ forza ché la galera è solo de passaggio” (rap di M)

“basterebbe aprirti per trovare un tesoro” (R)

“se vedi una lacrima lucente vuol dire che mi ami veramente” (S)

“[…] sei l’uomo che amo. Se non mi credi prendi un pugnale e feriscimi al cuore e vedrai solo un nome, il tuo” (V)

Centro Alzheimer "La Cornucopia" (21.5.15)

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"CORALE" al Teatro Vascello, Roma, 21.5.15

testo collettivo “La Cornucopia” 2015

il sole splende ovunque, sulla terra e sul mare
e ogni cosa fiorisce nella sua stesura
definitiva

il sole splende ovunque, sulla terra e sul mare
e noi siamo creature della terra

abbiamo corpi
che restituiscono il sole sotto forma di ombra

*
noi ci abbracciamo, ci identifichiamo,
abbiamo a volte protezione e rispetto
per quello che siamo
e così prepariamo
il tesoro nascosto
della memoria

la malattia non è una colpa

*
ho camminato fino alla punta della penisola
per guardare i due mari. quando i soldati mi trovarono in piedi
tra i due venti salati dello Jonio
e del Tirreno, non volevano credere
che io fossi arrivato dove finisce la terra
solo a guardare fuori dalla terra

*
ricordo il sole e il vento da ragazzi al mare, quando tutto brilla ed è pulito
e tutti quei bambini sotto il sole sembrano tanti giochi colorati
 
ricordo che la sabbia assorbiva le onde
come la carta assorbiva l’inchiostro dei nostri pennini
 
poi sono andata
dove comincia il canto delle cicale,
dove il vento separa le spighe del grano
come i capelli di una ragazzina
e i serpenti senza strategia
strisciano al fondo grosso della terra

ma adesso
tutta quell’ombra e quella solitudine
sono parole scritte con la luce:

l’inchiostro è una povera cosa
che da sola non vale,
ma se la utilizziamo
per scrivere di noi,
diventa oro

*
il sole splende sulla terra ferma
e sulla forma mobile del mare

il sole
dà la vita
come una donna

*
i boschi, l’incontrarsi delle ombre
e, in un lontano
sconosciuto, il mare

sembrano cose esterne
ma, se scrivi, ti accorgi che sono
cose nostre profonde:

noi, leggendo, si vive un’altra vita

7.5.2015

Regina Coeli, la poesia va in galera (il manifesto, 30.10.12)

Soltanto i fatti parlano di noi. È da sempre una mia convinzione. Dunque tento di persuadere anche le parole a essere fatti. A Regina Coeli, in questo luogo di restrizione, in una sala piena di "cattivi ragazzi", le parole tornano ad avere il gusto dolceamaro della salvezza. Questo è quello che devono pensare anche i volontari dell'associazione "A Roma, insieme", che mi hanno invitata a sviluppare uno degli incontri del ciclo leggere e conversare in carcere. Appena entro, superato un mio istante superfluo di ingenuo entusiasmo per il monumentale introito del carcere, un signore distinto mi racconta la storia kafkiana di uno scambio di valigie in aeroporto. In una delle valigie c'era la droga. Ma la valigia non era sua, dice. C'era il nome di un altro, dice. Adesso l'uomo è diventato un "detenuto in attesa di giudizio". I nomi cambiano la nostra percezione di noi stessi: nei campi di concentramento veniva tolto il nome insieme ai capelli e agli abiti civili. Ma le parole non si arrestano nemmeno con la censura, è noto. Qui sono urlate, malinconiche o imbevute di un pianto trattenuto, come spugne che siano state troppo a lungo immerse in una cieca e sorda profondità. La dannazione e la benedizione dei ricordi. La condanna, oltre che nella privazione della libertà, consiste nella costrizione a una vita sotto gli occhi di tutti. Il detenuto non è mai solo. Anzi, si trova in una contiguità strettissima con i compagni, occasionali e di etnie diverse. Questo significa la coabitazione coatta, nella metrata scarsa della quale ciascun carcerato dispone, con culture incredibilmente lontane dalla propria: nell'alimentazione, negli orari del sonno e della veglia, nella preghiera e in tanti casi nella solitudine: la maggior parte dei detenuti extracomunitari non ha parenti che portino i 5 chili di pacco settimanale, dunque deve accontentarsi di un vitto dalle condizioni igieniche disperanti. Va da sé che i detenuti "indigeni" spesso spartiscano quello che mandano loro i familiari: a causa del sovraffollamento il vitto è scarso e non dev'essere facile mangiare a mezzo metro di distanza da uno che ha fame.

Quello di questi uomini non è però un lamento, è una protesta, sebbene già scorata: sanno di stare sfiorando con le loro esistenze degli interessi più grandi di loro, anche quando parlano di dettagli come due rubinetti rotti che da mesi gettano acqua a cannella aperta. Pare che il carcere non sia in grado di sostenere la spesa di due guarnizioni nuove. Eppure, un detenuto costa allo stato 314 euro al giorno. I "detenuti in attesa di giudizio", che risulteranno magari innocenti, vengono comunque mantenuti dalle vostre tasche, tengono a precisare. Ma il problema del sovraffollamento è invece insistente e serissimo. Mi pregano di scrivere che, quando si dichiara che i detenuti di Regina Coeli sono 1000, si dimentica di precisare che due dei padiglioni sono chiusi da anni per ristrutturazione, dunque le celle, che nessuno è ammesso a visitare, ospitano ciascuna sei detenuti, stipati in due file di tre letti a castello spinti contro le opposte pareti. Il letto in basso soffre di una cronica mancanza d'aria. Non si sta tutti in piedi nella cella. Se un numero di due detenuti è in piedi, gli altri quattro sono costretti nelle brande.

Da un crescente borbottare alla mia sinistra sbotta fuori dalla bocca di un bel ragazzetto moro il retropensiero di tutti quelli che non trovano interessanti i disagi della popolazione carceraria, inclusi gli organi d'informazione. Er moretto se guarda 'ntorno co' ll'occhi fieri e indolenti e fa: a regà, se stamo a sentì noi semo tutti innocenti! Aò, ma se stamo qua un motivo ce sarà, peggio pe' nnoi che nun c'avemo pensato prima! La protesta è istantanea e corale: a regazzì e t'ho capito, ma c'è modo e modo d'esse puniti, mica semo bestie!

Questa battuta corrisponde all'apertura ironica e amara della lettera – rimasta a oggi come si suol dire "lettera morta" – che la "popolazione carceraria della IV sezione" scrive l'8 agosto scorso al ministro della giustizia Paola Severino (in visita alle carceri in compagnia del presidente ora dimissionario della Regione Lazio Renata Polverini). Scrivono i detenuti al ministro: se l'opinione pubblica mostra tanta sensibilità al problema del sovraffollamento nei canili non resterebbe certo indifferente se solo sapesse che altri esseri umani sono stretti a vivere come galline in batteria. Se sapesse che supplemento di pena ci viene dato ogni giorno. Già, se sapesse...

Nel documento, che mi viene trasmesso da Franco Fioravante, i detenuti denunciano uno per uno, in ordine evidente di lesione dell'io, i fatti che mi hanno tanto accoratamente esposto durante la mia visita: primo fra tutti l'ormai noto tema del sovraffollamento con tutti i già descritti corollari; e poi, scrivono, i colloqui con i familiari sono privi di una qualsiasi intimità e spesso relegati dietro un vetro: le visite durano un'ora scarsa a settimana e si svolgono ai due lati di un tavolo che permette ai congiunti di sfiorare le mani al proprio caro solo sdraiandosi sul tavolo stesso; infine, i familiari debbono fare il sacrificio di fornire denaro al "proprio" prigioniero, perché egli possa acquistare generi di prima necessità, che però in carcere vengono venduti a un prezzo tre volte maggiore che "fuori". Questo mitico "fuori" dal quale tutti proveniamo. Chiude la lettera una sensatissima riflessione intorno alla sproporzione della pena per dei ragazzi che hanno provato a rubare un motorino. Il carcere – o meglio, questo carcere, scrivono, anziché rieducarli ne amplifica il lato oscuro. Non è dunque superfluo ricordare la differenza tra espiazione e rieducazione, altrimenti il carcere finisce per svolgere esclusivamente l'equivoca funzione di discarica sociale: allo stato attuale ospita infatti indiscriminatamente, senza riabilitarli e prepararli a un diverso futuro, tutti gli individui che sarebbero dannosi alla società, incluse persone affette da disagi psichiatrici, ai quali vengono comminati psicofarmaci per mero scopo di sedazione. Non sono rari i suicidi (due dall'inizio del 2012) e molteplici i tentativi di togliersi la vita. Questi uomini non chiedono che venga loro abbreviata la pena, chiedono di viverla in condizioni umane.

Ecco dunque una piccola massa umana qui presente che espone se stessa come un muro compatto di sentimenti e manifesta una voglia grande di parlarne con chi non appartiene al loro mondo ma rappresenta un altrove glorioso dove si crede che i propri gesti e le proprie parole vengano presi in considerazione. Prometto. Ma sono qui per parlare di poesia, questi uomini sono venuti qui anche per ascoltare le parole dei poeti. Ho con me Caproni, Celan, Mandel'stam, Sereni: le parole sfuggite all'esilio, la parola che tocca la condizione umana più marginale ed estrema e la pone sul nudo altare della pagina, in quel "sempre", in quel "fuori" cui questi uomini aspirano. Alcuni fra loro, nell'entusiasmo della lettura comune, ancora titubanti, vanno a prendere in cella i testi scritti da loro. Uomini che si espongono doppiamente. Leggiamo insieme, ci commuoviamo, applaudiamo. È un momento raro. Ecco tra noi la nudità e il contatto nel quale tutti speriamo e che ha con sé la poesia, nella sua grazia essenziale, completamente priva. Forse questo è il pericolo che porta: sentirci tutti uguali, tutti umani. La poesia, la cultura, devono avere molto a che fare con il fantasma di un rischio sociale se i detenuti, per ragioni che ci parrebbe utile indagare, possono ricevere ogni mese solo un numero di 5 tra libri e riviste. Eppure sappiamo tutti che la cultura aiuta a sviluppare il senso critico (e dunque anche autocritico) e la lettura è a volte una "evasione" (quanto diversamente suona questa parola tra queste mura! – e lo sanno e la dicono con ironia) che aiuta almeno a far passare il tempo. Ma la parola non si può arrestare. Alcuni, quando si spengono le luci, hanno bastante energia e speranza – o hanno abbastanza nostalgia e ferocia per se stessi o amore per chi è lontano per causa loro – per scrivere poesie.

CESARE CECECOTTO

In attesa di giudizio – Regina Coeli
presunzione d'innocenza

Sor Giudice, P. M., avvocati benedetti
da tanti altri maledetti
ho vissuto la mia vita piena di divertimenti
sfrenato, irregolare e poco pensare
ora mi resta solo da pregà
misericordia, non pietà
una grande condanna non me potete da'
sor giudice sia clemente
mannateme a casa immediatamente
ve lo chiedo – un po' trafelato – salvate me
poro disgraziato, con mia
promessa non marinara
mannateme fora da Via della Lungara
volo via come un piccione
per non tornarci mai più da coglione

28.7.12

FEDERICO MOLLO

Notte d'inferno

Notte d'inferno,
rimbalzano i pensieri,
finito è l'inverno
ma oggi è come ieri...
Disguidi, incomprensioni,
invadenza e monotonia,
non si fanno riflessioni,
concentrasse è 'n'utopia;
dove sono quei momenti,
necessari per se stesso?
Sempre i soliti argomenti
di reati, droga e sesso!
Qui me sta a scoppià er cervello,
regna er caos e la pochezza,
l'ignoranza c'ha er mantello,
padroneggia con fierezza.
È quasi l'alba finalmente,
du' minuti l'ho trovati,
un po' de pace pe' la mente,
... sor Morfeo l'ha catturati!

Figlioletto

Fisso triste quelle foto,
appese ar muro nella stanza,
provo a scrive me sento vòto
solo tu me dài speranza;
leggi, studia, damme retta,
non buttà le tue giornate,
cresci sano e 'n ci avé fretta,
soprattutto 'n fa' stronzate!
Nella vita, figlioletto, sii educato, onesto e vero,
e ricorda il sorrisetto,
t'amerà il mondo intero!
Stai attento alle ipocrisie,
cattiverie, invidie e gelosie;
l'inteligenza è cosa rara
va cercata, presa, assaporata.
Avrai di certo tentazioni,
prendi tempo e informazioni,
la scelta giusta, e ciò è sicuro,
è il cammino assai più duro...
E poi ricorda che pe' nu' sbajà,
poi sempre parlanne co' mamma e papà!

21.1.12

Mi permetto una piccola osservazione conclusiva: sia Mollo che Cececotto, già chiusi dietro le sbarre, si incarcerano volontariamente una seconda volta nella forma chiusa della poesia, come se appoggiarsi alla contenzione li aiutasse a contenere le emozioni. Come se anche la libertà che splende fuori dalla gabbia metrica contenesse il rischio di un reato. O come se la possibilità espressiva e l'immaginazione venissero amplificate dalla forma chiusa. Non a caso entrambi hanno cominciato a scrivere in carcere. Prima, nessun pensiero, solo una scattante intelligenza delle cose. Ora: la nostalgia, la rabbia, il pentimento e la supplica, i buoni consigli, quelli che diamo tutti ai nostri ragazzi, ché essi non abbiano a sbagliare come noi. Abbiamo cura di questo distillato, di questa parola di porpora / che questi uomini cantano al di sopra, / ben al di sopra / della spina, abbiamo coscienza di quanta fiducia nella vita ci vuole per scrivere, invece di dormire, confinati in una branda de le Mantellate.

Centro Alzheimer "La Cornucopia" (16.4.13)

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Parole come luci venute da una terra perduta: fare poesia con i malati di Alzheimer

Nella nostra memoria risiede la nostra identità biografica. Confesso che, prima di trovarmi davanti al gruppo insieme al quale ho lavorato, mi spaventava l’immaginazione di trovarmi in un deserto umano, ma conservavo fede nella poesia, nella sua capacità di accedere in diretta al nucleo caldo delle persone – o per lo meno di evocarlo.  

Una volta di fronte a queste persone abitate da una vistosa perdita di memoria, ho avuto l’impressione, certo, di una perdita di identità biografica, ma in favore di un allargamento verso una identità umana.

Come se in esse ci fosse una vasta zona abitabile da parte del presente, e del contatto immediato, così dis-occupati come sono da pensiero e memoria e, dunque, da pregiudizi e resistenze concettuali.

Il sorriso e l’assenso sembrano essere i canali principali della comunicazione, da e verso i malati di Alzheimer. Ma che ne facciamo della poesia davanti a persone che hanno come orizzonte l’immediato, il mero istante?

La poesia è musica fatta con le parole: parole che suonano insieme, che stanno bene insieme e fanno musica. Ma questa musica non è solo suono, è appunto fatta di parole – e le parole sono come vagoncini che trasportano un senso.

Il fatto che le parole della poesia stiano così bene una dietro l’altra da fare musica, rende più facile alle parole (e ai loro sensi e significati) scivolare dentro di noi mentre nemmeno ce ne accorgiamo.

Dunque veniamo facilmente raggiunti da parole: che significano qualcosa, sono sensi, hanno senso, aprono mondi e muovono memorie, associazioni, evocazioni, echi.

Inoltre: le parole che i poeti scelgono sono parole innamorate, che si sono attirate l’una verso l’altra come calamite e ora creano armonia.

Una poesia si fa ascoltando i sentimenti delle parole, aiutando a unirsi quelle parole che si guardavano come innamorate.

Quando tutto questo movimento funziona e questa tensione è attiva, raggiunge quella zona di similitudine umana della quale tanto parlano i poeti.

E tanto meglio la raggiunge se non ci sono schermi speculativi e cognitivi, nessuna intenzione di destrutturare e capire ma solo di ascoltare.

Il modo migliore per entrare in contatto con la poesia e con i doni che ci fa la poesia è farla suonare, ascoltarla.

Così, abbiamo soprattutto letto insieme, dato voce alla musica delle parole e ricordato e associato liberamente. Alla fine del nostro lavoro comune abbiamo ottenuto un generosissimo risultato di frammenti di memoria, anfore semisommerse, prue di navi, lampi di luce, ragazze sulla sabbia o che attraversavano un paese: fermi-immagine, luci venute da una terra perduta, come approdati a noi dalla Laconia di Alcmane – o da una zona ancora più remota.

Il laboratorio è stato un viaggio affascinante verso una moltitudine di porti sepolti e si è concluso con una generosa e affettuosa riconoscenza reciproca.

Come una dedica
 
C’era gioia, c’era vita, c’era tutto
per le scale di casa
 
lei era unica e bella
e malleabile
era alta e sottile
come una giunchiglia
 
e così fina della finezza ricca della spiga
sopra il suo fondamento immacolato
 
e nel giallo del sole lei sembrava più bella:
come una mimosa, una ginestra piena
di profumo solare – e il mare dietro a corona
 
lei era conosciuta perché era sarta: sul suo viso
quando passava lei, si vedevano tutti
i dettagli di una lavoratrice,
tutto quello che il tempo faceva
del suo cuore – e cosa il cuore
di una ragazza sapeva
fare al tempo
 
e questa gioia si ripeteva ancora, se ariosamente
lei passava – e ancora
adesso si ripete: ogni volta che scende
una donna sui selci della contrada
che rimbombano tutti
dei suoi tacchi, quel suono
fitto e fine
sembra ancora che parli di lei
come una dedica
 
Ti porto la ginestra che non ricordi
 
una volta eravamo sedute
su una sabbia piena di energia
solare –
con le gambe intrecciate alla luce e ancora altra
luce, margherite, sabbia, profumo, i dettagli del viso
che io adesso vedevo da vicino – bello come il sorriso di mia madre
 
e i bambini avevano nel petto
un cuore largo. se qualcuno piangeva
cercavo di calmarlo con la mia calma – e con me
camminavano tutti
ed erano
contenti, si volevano bene. io
sono stata benissimo, sempre. anche
 
adesso che sto qua io vi voglio bene
è tutto pieno di fiorellini per terra gialli – solo
c’è l’incavo nel bosco tra i cespugli perché c’è stata la guerra.
io come questa terra che si ricopre
di fiori ancora
e ancora, non ricordo più il male – adesso ho solo
tanta malinconia per la mia terra
per quest’isola piena di luce
che non ricorda il male

Alzabandiera
 
voci liberative come un pianto
dai locali di un altro quartiere
 
ognuno nel suo piccolo tranquillamente esprime queste frasi
con lo stesso trasporto
non soltanto i poeti: tutti
sanno mettere una dietro l’altra
le parole che vengono dal cuore

serata finale di lettura collettiva al Teatro Vascello, Roma, 19.6.13

Rebibbia, femminile (14.12.15)

Istituto dei Ciechi (Milano, 28.3.17)

La parola "luce"

intervento per Letteralmente Festival all'Istituto dei Ciechi di Milano (28.3.17)

  testi di Maria Grazia Calandrone tradotti in braille
testi di Maria Grazia Calandrone tradotti in braillela prima cosa che ho pensato, rispondendo alla provocazione delle parole di Goethe che mi è stata lanciata, è stata l’espressione di Freud in Introduzione allo studio della psicanalisi: “quando qualcuno parla fa più chiaro”

e Freud, come sappiamo, ha dedicato la sua vita allo studio e all’uso della chiarezza fatta attraverso le parole. tutta la psicanalisi ha origine da questa persuasione di chiarezza che si può fare grazie alle parole

ma le parole servono davvero a fare luce? credo di no, credo sempre più nei fatti

a meno che le parole non siano poesia!

allora si colmano di musica e di senso. la musica dà un senso ulteriore al senso delle parole. ma sono apparizioni momentanee

come scrive Jean-Luc Nancy, la poesia è l’irruzione dell’infinito nel nostro quotidiano

è eccessiva e scomoda, anche secondo Jeanette Winterson, che scrive della lingua dura della poesia:

“duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi

nella storia della poesia che ci ha preceduti era tutto un imperversare di luce – in associazione al divino e all’amore – spesso mescolata al buio:

dal Notturno di Alcmane, pieno di pace naturale e di mostri immaginati “nel fondo cupo del mare” – da Jacopone da Todi (“amore, che dai luce ad omnia c’a luce”) e dal ragionamento di Cavalcanti – indagine su luce e scuritate – dell’amore come un’oscurità che viene da Marte, dunque Amore che è insieme Luce e Buio, perdita di sé – e la donna “fa tremar di chiaritate l’aere”, è luce in sé – ma luce che fa perdere il controllo

Quando l’amante perde il controllo e cade vittima della ferocia di Amore, assiste al crollo della propria integrità. Cavalcanti dà vita sulla pagina a una sorta di “teatro metafisico”, in cui recitano, personificati e astratti, gli «spiriti» (termine scientifico per indicare le diverse facoltà fisiche e psichiche dell’uomo) nei quali si è frantumata l’identità del poeta, la donna, e il tiranno Amore.

a Pasolini, che scrive Lo scandalo del contraddirmi, dialogo postumo con le ceneri di Gramsci, un legame che è anch’esso buio e luce insieme, la luce della storia che lo illumina, ma chiude amaramente con il verso “ma a che serve la luce?”. la stessa ambivalenza di Cavalcanti nei confronti del legame d’amore

Lo scandalo del contraddirmi

Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

[…] Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

dunque legami impastati entrambi di luce e buio

oppure, il Novecento ci lascia testi per così dire naturalistici: dal Posto di vacanza di Sereni, poemetto pieno della luce della foce – alle luci dell’alba livornese e alle marine aperte di Giorgio Caproni, alle luci del tramonto di Garcia Lorca – che non ha niente a che fare con il crepuscolarismo

nella poesia contemporanea, invece, la parola luce è usata con parsimonia, proprio per la sua evocazione spirituale

siamo e più che altro dobbiamo essere disincantati. siamo quelli che vengono dopo

stiamo cercando la nostra propria luce. che non può essere quella di Goethe, né – forse – quella della donna angelicata che porta alla divinità

solo Franco Buffoni ha intitolato un libro (che è lo sviluppo in prosa del suo Guerra, dedicato alla figura del padre) proprio con le parole di Goethe Più luce, padre – dove utilizza le parole di Goethe nella loro accezione illuminista – e conversa con il nipote Piero su Dio, guerra e omosessualità, secondo il modello di intellettuale ironico di Richard Rorty, un dialogo all’insegna della democrazia dialettica, in questo caso precisamente dialogante

e, fra gli stranieri, c’è Luce ovunque di Cees Nootebòom, poeta olandese uscito lo scorso anno per Einaudi – che, infatti, ha un raro e forte slancio verso l’eterno e l’infinito

ma che luce possiamo fare noi oggi? luce della ragione, luce dell’intelletto, tenendo alta la guardia delle parole?

la politica ha svuotato di senso le parole, le ha rese inaffidabili: ascoltiamo, leggiamo e siamo DIFFIDENTI

ma il nostro compito di poeti è ADOPERARE LE PAROLE COME PORTE DEL SENSO – ma non come cammino, bensì come INVASIONE come è appunto ben detto nel bellissimo libro di Jean-Luc Nancy La custodia del senso

POESIA COME IRRUZIONE DEL SENSO – CHE È UN ECCESSO DI “ESSERE” – CHE OGNI VOLTA RIPETE L’INFINITO

sembra che questi non siano tempi adatti allo spirito. ma forse sì

fare luce attraverso la parola non significa spiegare, significa SENTIRE E – SENTENDO – APRIRE VARCHI, accordare lo strumento della parola alla coscienza di sé

come dice Andrej Tarkovskij, il regista figlio del grande poeta Arsenji, in un bellissimo documentario di Donatella Baglivo: “la conoscenza ci distoglie dal senso della vita, perché andando in profondità perdiamo in ampiezza”

conoscere vuol dire, dunque, comprendere meno. anche nel senso di: includere meno cose, meno persone, meno oggetti, meno elementi naturali – nella propria visione

la luce illuminista che chiedeva Goethe agli inizi del 1800 ha dunque rivelato il suoi limite

natura, che è "la veste vivente della divinità", come in Spinoza. “Come poeta, io sono politeista; come naturalista, io sono panteista; come essere morale, io sono teista; e ho bisogno, per esprimere il mio sentimento, di tutte queste forme.” Cristo: rivelazione divina del più alto principio della moralità

allora oggi dobbiamo recuperare la chiarezza dell’INTELLETTO D’AMORE del quale parla Dante nella Vita Nova e, nel Convivio, “amor che ne la mente mi ragiona”

cos’è questo intelletto d’amore?

un amore ormai emancipato dal suo oggetto:

si tratta precisamente di CONOSCERE ATTRAVERSO L’AMORE

Stefano Agosti: Dante prende nota sotto l’ispirazione di Amore che gli detta dentro, scrive sotto l’urgenza di una pulsione

conoscere l’altro e conoscere il mondo, accorgersi dell’esistenza di qualcosa fuori di noi. amare un altro significa accorgersi che esiste e, come scriveva Simone Weil, accorgersi che un altro esiste ed è diverso da noi è la cosa più difficile e ardua (“Nessuno ha amore più grande di colui che sa rispettare la libertà dell'altro”)

ma l’altro ci restituisce il dono, perché L’ALTRO È L’INIZIO DEL MONDO

amando un altro e, dunque, lavorando ad accorgerci che un altro esiste, pian piano ci accorgiamo che anche il mondo esiste, che tutto il mondo esiste

non trovo altra strada, per la nostra contemporaneità, che non sia questo “intelletto d’amore” – che diventa apertura e  accoglienza. nei fatti, sto parlando di fatti. perché le parole della poesia sono sentimenti e dunque sono FATTI

fu Lucrezio (I sec. a.C.) a  paragonare i mattoncini che compongono le cose alle lettere che compongono le parole. poesia dunque come cosa concreta, che può condurci per mano verso questa memoria collettiva, che è il senso della collettività umana

preparare i ragazzi attraverso la poesia significa preparare il futuro del nostro paese a conoscere se stesso attraverso il sentire: la poesia è la strada maestra per sorprendere noi stessi conoscendo i nostri sentimenti meno ovvi, fino a scoprire il seme della nostra irripetibile persona – per poi scoprire gli altri e il mondo fuori di noi

questa conoscenza di sé è indispensabile a essere creature – e dunque amanti, genitori, figli, lavoratori, cittadini – responsabili