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Attanasio Daniela, Il ritorno all’isola (Aragno, 2010)

quarta di copertina per Daniela Attanasio, Il ritorno all’isola
   Aragno, 2010
 
 
Nel ritorno all’isola di Daniela Attanasio c’è una seria competenza sentimentale: è un libro pieno di movimento e di racconto. Tutto comincia con alcune belle passeggiate cittadine, che però trasfigurano in natura il cemento e le piazze, come incensieri che portano odori e dettagli: i calzari di Enea o la penna nel taschino di Brodskij!, ma anche l’isola – effettiva e affettiva – circoscritta dalla luce vuota del fiume urbano. Le parole rifondano sulla pagina un mondo percorso da vivi e semprevivi – sebbenesempreverde sia detta la morte – perché qui la scrittura è una conoscenza acquatica, infiltrante, espansiva, calma e lievemente attonita: Attanasio osserva – da vicino e dall’alto – un luogo multietnico e multicolore – e guardando vede, ma come se dentro le si muovesse un mare mitologico e letterario che trabocca sul mondo veramente osservato. Lo sguardo che Attanasio posa sulla città viene da un mondo dove esistere è l’avere amato e l’amore è il pasternakiano salvacondotto per “tornare”, anche a un secondo corpo di ragazzo cordialmente immobile nella garza delle onde del mare, vivente e descritto con metafore tutte bellissime pure quando delibera e scatena i suoi visceri azzurri in tempeste nerissime. Tornano spesso la parola amore e la parola paura, perché questi sono i temi musicali del libro: amore e lontananza, l’amore – e la sua memoria e la sua fine – con quei gabbiani urbani che nel cielo richiamano Ginostra, l’isola piazzata al centro del libro con la sua beatitudine frontale fatta di metafore e di azzurro, di capperi prostrati e sibilanti e pomodori al sole. Tutto questo gran mare amoroso ci trascina di peso nella lunga dedica conclusiva ad Amelia Rosselli, Voce incagliata dalla evidenza insopportabile dellainsufficienza di quanto è stato detto amore, ma tentata da una preghiera che induce alla supplica finale all’angelo e fa che il libro si chiuda su un gualcito papavero celaniano ma – sopra tutto – su una parola che va osata perché nel corso del viaggio si è resa necessaria: cuore
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