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Prifti Jonida (1.11)

JONIDA PRIFTI, Sikur
a cura di Maria Grazia Calandrone
su Poesia n. 256 – gennaio 2011
 
Primi anni in lingua italiana. Nuovo sgorgare di acque della parola. Lingua madre albanese + italiano non padroneggiato perfettamente e dunque amplificato a volte da una grammatica straniera e a volte fatto come con le argille e le conchiglie, con scheletri di strutture originarie: semplificato.
Questa imperfezione disorienta e scarnifica la nostra lingua. E le mette anche dentro uno stupore infantile, a volte l’indispettita crudeltà dei bambini. Come se non bastasse, Jonida-dimezzata-tra-le-lingue aumenta il proprio coefficiente di rischio producendo gesti performativi disturbanti – quali il progetto di poesia sonora “acchiappashpirt”, che presenta con il noiser Stefano Di Trapani – e videopoemi, dove lei finalmente sillaba, canta e urla nelle nostre orecchie la lingua materna.
La poesia Festa di nozze, per esempio, corrisponde al video Ajenk, elaborato dalla stessa Prifti in simbiosi – ci tiene a dire – con Andreina Noce. Viene da chiedersi se una parola dura come ajenk possa soddisfare le intenzioni di chi l’ha scritta anche nella sua bianca traduzione italiana, nella nostra Festa senz’ombra.
Il video, dunque, di Festa di nozze, che in realtà è il compianto per Vasil Prifti, è una ripresa a mano zingaresca (alla Kusturica) e astigmatica, sdoppiata, e si presenta da subito come il documento di un altro mondo dove compare una nostalgia che capiamo di non poter provare, la nostalgia di non sapere più mettere a fuoco la terramadre. Avanti nel video, quando il sentimento della perdita è ormai sbocciato come un fiore di sangue e bagna la polvere festosa di quegli sterrati, insieme all’immagine si sdoppia anche il suono, e la poesia si fa una cantilena che ci raggiunge come da sotto un’acqua temporale, fino a che è lo stesso Scomparso a chiedere finalmente silenzio all’obiettivo della telecamera, a chiudere il nostro sguardo nella sua mano, aperta, a dirci che basta, per favore, che ogni cosa va lasciata andare, prima o poi.
Perché Jonida gli canta come la bambina che era: si lamenta, grida, batte il tempo con la voce nelle sillabe incisive della sua lingua, in una dolce, gotica e straziante litania di compianto che ricorda gli attittos delle donne sarde, le deragliate urla gutturali, i colpi di glottide, i trilli delle lingue, quei lamenti nasali di bestia femmina portati alla luce della poesia da una magnifica e dolentissima Antonella Anedda a chiusura di un suo libro di fiera nudità.
Anche i gesti di Jonida hanno una nudità che incute rispetto, un così aperto disorientamento, che di per sé consideriamo poesia. Jonida mette sotto i nostri occhi i suoi progressi nella ricerca di una casa linguistica o, più propriamente: espressiva.
Credo che lei non se ne abbia a male se diciamo che da quando le abbiamo proposto di formare una silloge per la pubblicazione ci ha cambiato la scelta sotto il naso per ben quattro volte. E questo ci ha commosso, perché consideriamo poesia la cieca ostinazione di Saba a fare versi se necessario anche meno “belli” purché “onesti”. Ecco: riscontriamo i parametri della onestà e della necessità nel lavoro di Jonida Prifti, venuta in questo urbanissimo – dell’urbe romana, per quanto ad essa periferico – Forte Prenestino da Orizaj, a sua volta periferia di Berat la città bianca, una favillante cattedrale di pietra montata casa su casa su terrazze di roccia che scendono all’Osum, il fiume che si dice sia stato formato dalle lacrime di una ragazza che vide morti per amor suo entrambi i pretendenti. Berat è case che tutte a vista sparano luce dai vetri delle finestre e che luce ricevono dal fiume.
Jonida viene da una stradina di cespugli e stecchi ai piedi del bianco organizzato di Berat, è cresciuta vicina a un vecchio macello in disuso e alla solitudine del fiume sotto la città. Ancora una volta capiamo la sua parola, divisa tra sangue miseramente sparso con urla e con dolo – e altrove quel muto splendore di icone.
È ovvio che la sua poesia non sia solo riassuntiva di questo pur ricchissimo gesto biografico, perché il suo richiamo è anche associativo e immaginifico e lei compone a braccia le stazioni di una passione laica: nei suoi testi compaiono le macchie di sangue della fascinosa macelleria mistica insieme a fenomeni di temperatura fiabesca e a ritmi da filastrocca e di danza balcanica. 
La sacralità è gotica o rituale: le sue Madonne sono dapprima le lignee e inaccessibili Madonne bizantine, pietose della fredda pietà dell’oro, ma le icone ben presto vengono avvicinate come donne e viene messo loro nella bocca un assenso umilissimo e divorante che le rende Madonne passate per il fuoco della carne e addirittura per il tradimento.
Una mistica primitiva dunque, la confidenza spiccia di donna con donna, uno sbrigarsi a dire, ché tanto noi le cose nostre le abbiamo decifrate una nell’altra – Madonna e ragazza che comincia a capire – al primo sguardo. E siccome ci è chiaro che la stessa Jonida, come una piccola donna di fuoco, va in cerca del suo sì, noi alla sua poesia lo abbiamo detto. 

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